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L'immaginario cyber decolla con la scienza

Susanna Luppi31 luglio 2018

Il tema della Robot art può esondare in tanti altri terreni adiacenti. Si può rimanere nel dominio artistico, toccando la sfera del Posthuman, ma si può spaziare anche dalla letteratura cyber alla scienza. Saranno proprio questi due domini ad essere sondati per comprenderne l’estensione e la relazione con l’arte.

 

Iniziamo dal passato.

Nel 1939, in Europa si “toccava con mano” l’ormai imminente inizio della Seconda Guerra Mondiale; a New York, invece, si aprirono i cancelli di World of Tomorrow, la prima grande esposizione americana su immaginari e tecnologie futuristiche.

Lo spettatore poteva “smarrirsi” in universi artificiali di robot, cyber uomini, vertiginosi immaginari fantascientifici, televisori, viaggi spaziali e strumenti tecnologici all’avanguardia.

 

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World of Tomorrow, veduta dall’alto, 1939

Uno tra i primi “pre-sentimenti” in scala mondiale di tendenze post-industriali e, perché no, postmoderne.

I robot, il contatto alieno e, più in genere, la fantascienza, trovano così uno sviluppo organico in un’esposizione di portata mondiale che offre a tutti la possibilità di esperire dal vivo ciò che rientrava ancora nell’immaginazione.

Il fascino per l’intelligenza artificiale, non inizia e tantomeno si conclude con il World of Tomorrow del 1939: se nella letteratura di qualche tempo fa si staglia l’imponente Frankenstein – prodromo della sperimentazione umana e non – nei primi anni 2000 si può assistere alla nascita della biorobotica.

Perché sto parlando di tutto questo?

Poiché, come in ogni disciplina, vi sono strette contaminazioni tra l’ambito delle arti – in senso lato – l’ambito scientifico e l’evoluzione della società in cui sono ospitati.

Robotica: soluzioni da fantascienza

L’essere umano ha la costante pulsione di creare “cose” a sua immagine e somiglianza.

Perché nel web siamo invasi da prototipi robot che rasentano la forma del replicante di Blade Runner? Ci sono alternative?

Una di sicuro sì. È il caso di Dario Floreano – direttore del Laboratory of Intelligent Systems (LIS), Losanna – che si colloca tra i pionieri della robotica evolutiva e porta avanti studi su I.A. nella branca della bio-ingegneria mimetica.

In termini pratici, Floreano si occupa della progettazione di robot basandosi sulla genetica per lo più di volatili e insetti.

Dunque, attitudine che si svincola, finalmente, da quell’atteggiamento antropocentrico la cui necessità è di affermare la dignità e la storia dell’individuo, con il rischio di “umanizzare qualsiasi cosa”. Floreano ricorda al mondo intero che l’essere umano è immancabilmente legato al contesto che lo ospita e che dovrebbe prestare un po’ più di attenzione al di fuori del suo ego.

Del resto siamo meccanismi dello stesso ingranaggio, in grado di funzionare solo se combinati.

Un esempio concreto sono i droni. Al posto di gruppi di eliche che sorreggono una telecamera, i droni di Floreano si sviluppano dalla struttura e dal movimento di ali reali; strategia, che permette un volo molto più armonico e preciso, in grado di sfruttare le correnti aeree.

 

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Drone-uccello, progetto di D. Floreano, École polytechnique fédérale de Lausanne (EPFL), 2016

 

Si parla di funzione, non di aspetto. E nella singola funzione, l’essere umano è smaccatamente battuto dagli animali, ma anche dagli insetti.

Questi ultimi, offrono un’importante prospettiva: il senso di collettività. Con il progetto Swarm Robotics, il team di Floreano sta per superare una nuova frontiera nel campo della robotica, progettando piccoli robot capaci di collaborare in modo autonomo. Tali “robottini” – chiamati s-robot – escono sempre “in squadra” e sono finalizzati a sfruttare la cooperazione vicendevole in vista di uno scopo “più grande”. Nel caso di recupero di superstiti sotto macerie o di condotti da riparare in profondità, questo team di s-robot si articolerebbe in spazi angusti per – come direbbe Mr. Wolf in Pulp Fiction – “risolvere problemi”.

Tutte queste soluzioni meccano-biologiche non possono che ricordare le opere artistiche dei Survival Research Laboratories e del gruppo Mutoid le cui mutazioni animali – sia fisiche, sia funzionali – e tecnologia rappresentano il tratto distintivo per eccellenza.

 

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Gruppo di s-robot intento a superare un ostacolo: non potendo scendere dal gradino senza ribaltarsi, ognuno di loro si aggancia al robot adiacente creando una stabile “serpentina”. L’aspetto importante è che la soluzione sta nell’aiutare sé stessi aiutando i vicini. Oltrepassato l’intralcio, essi possono tornare a svolgere le loro funzioni da “singole entità”.

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Scultura bio-morfica, Campo Mutoid, 2015

Scienza: il cervello incontra l’ambiente

Nel campo della saggistica scientifica, Alva Nöe ha preso una posizione forte: nel saggio Out of our heads. Why you are not your brain, and other lessons from the biology of consciousness, il neuroscienziato/filosofo sostiene che la nostra “coscienza” non sia catalizzata nel cervello – inteso come organo – bensì, che nasca dallo scambio attivo tra cervello, persona e ambiente. Insomma, anche in questo caso si vede un tentativo di uscita dall’ingombrante gabbia umana in favore di un’estensione verso il contesto, verso il “tutto”.

Dal filosofo René Descartes (XVII secolo), l’essere umano per la prima volta fu definito una res cogitans, un essere pensante e rappresentativo a tutti gli effetti della propria interiorità; allo stesso modo, lo scienziato Francis Crick (vincitore del premio Nobel e co-scopritore della struttura della molecola del DNA) sostenne una concezione per cui l’interiorità umana si rifà al funzionamento interno del corpo cerebrale. Se nel primo caso l’ambito di riferimento si avvicina a quello religioso e alla metafisica, nel secondo si dimostra prettamente scientifico; tuttavia il punto di vista è sempre lo stesso, interno.

 

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M.C. Escher, Mano con sfera riflettente, 1935

 

Nöe rientra così tra i portavoce di una prospettiva nuova, estesa, ma soprattutto esterna; esterna da una visione antropocentrica. Un atteggiamento che apre alla collettivizzazione dell’essere e della comunicazione. Un po’ come i robot di Floreano e la comunità Mutoid.

 

“…what matters for consciousness is not the neural activity as such but natural activity as embedded in an animal’s larger action and interaction with the world around it. Which is another way of saying that it isn’t the neural activity on its own that fixes consciousness. I propose that the brain’s job is that of facilitating a dynamic pattern of interaction among brain, body and world. Experience is enacted by conscious beings with the help of the world.[1]”

Letteratura Cyber

Tecnologia e mutazioni sono anche la “portata calda” offerta dal Cyberpunk. Il Cyberpunk è una tendenza letteraria nata nella branca della fantascienza nei primi anni ‘80. Tra gli autori, si va dai primari William Gibson e Bruce Sterling, a John Shirley, Michael Swanwick, Rudy Rucker, Lucius Shepard, Pat Cadigan e tanti altri.

Il Cyberpunk è stato più volte costretto dentro a definizioni in realtà poco calzanti ma, in questa sede, una cosa ci interessa: l’attitudine visionaria legata alla tecnologia.

In Neuromancer, come Count Zero, Shismatrix, Vacuum Flowers, le regole del gioco vedono il binomio uomo-macchina fondersi in un unica entità. Si incontrano uomini cyber, persone con innesti finalizzati alla comunicazione e gruppi che resistono a questo “allagamento” tecnologico. Un esempio? La comunità chiamata Lo Tek – nel racconto Johnny Mnemonic di Gibson – ricorda molto i ribelli di Zion del futuro Matrix Revolution – secondo capitolo del botteghino cinematografico The Matrix. Lo Tek sta appunto per “low technology” e costituisce un gruppo di umani che vivono al disopra di una città corrotta dal potere avariato delle multinazionali. La cosa incredibile è che, proprio negli stessi anni, a Londra, nascono i Mutoid che sembrano proprio essere una rappresentazione organica e tangibile dei Lo Tek. In entrambi i casi si ha a che fare con gruppi che riutilizzano “gli scarti” della società capitalistica per ricrearsi una vita basata sul senso di collettività; per intenderci, una piccola “comune” cyber in un contesto urbano postindustriale.

 

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Neuromancer, cover art (edizione brasiliana)

Oltre a nuovi “soggetti” il cyberpunk offre anche nuovi scenari, nuovi “spazi” letteralmente astratti. Siamo al cospetto del cyberspace. Oggi il cyberspace si potrebbe adagiare sui concetti di realtà virtuale e realtà aumentata, cosa che all’epoca era totalmente assente. Termine coniato da Gibson, il cyberspace rappresenta una realtà virtuale accessibile attraverso una consolle e alcuni altri dispositivi. Lasciando la parola direttamente all’autore,

 

“Cyberspace. A consensual hallucination experienced daily by billions of legitimate operators, in every nation, by children being taught mathematical concepts… A graphic representation of data abstracted from the banks of every computer in the human system. Unthinkable complexity. Lines of light ranged in the nonspace of the mind, clusters and constellations of data. Like city lights, receding….[2]”

 

Si è di fronte al divario – ma anche alla comunicazione – tra ciò che è fisico, corporeo, “umano” e ciò che grazie alla tecnologia ne costituisce un’estensione mentale.

Dunque, con l’immaginario cyberpunk, la letteratura fantascientifica si avventura in questioni che si trovano ancora in piena esplorazione nell’attuale contemporaneità. Dalle mutazioni biologiche, alle contaminazioni tra dimensione artificiale e naturale, alla rappresentazione di individui che si ribellano alla società, alla nascita di nuovi spazi impensabili, come il cyberspace; un non-luogo per eccellenza dal carattere quasi paradossale che si pone sia come nuova realtà, sia come nuova forma di comunicazione. Un “nuovo medium” esteso che ospita le coscienze che lo attraversano o, come lo definisce Bruce Sterling, the place between.

 

“Cyberspace is the “place” where a telephone conversation appears to occur. Not inside your actual phone, the plastic device on your desk. Not inside the other person’s phone, in some other city. *The place between* the phones. The indefinite place *out there,* where the two of you, two human beings, actually meet and communicate.[3]”

 

Si è parlato di tutti questi spazi, robot, scienza e fantascienza per un motivo: tracciare un collegamento, riconoscere una sensibilità comune tra punti di vista e tendenze appartenenti a domini diversi. Linee parallele che seguitano a orientarsi sotto la stessa stella e che, spesso , si incontrano come viandanti notturni. Viandanti provenienti da diversi Paesi ma che sono pur sempre abitanti dello stesso “mondo”.

 

“It is now clear, as it has not been before, that consciousness, like a work of improvisational music, is achieved in action, by us, thanks to our situation in and access to a world we know around us. We are in the world and of it. We are home sweet home.[4]”

 

 

[1]Nöe, A., Out of our Heads. Why You are not Your Brain and Other Lessons from the Biology of Consciousness, Hill and Wang, New York, 2010, p.47. Traduzione:

“…ciò che conta per la coscienza non è l’attività neurale in quanto tale, bensì l’attività neurale in quanto immersa nella propria azione e interazione di un animale con il mondo che lo circonda. Questo non è che un altro modo per dire che l’attività neurale di per sé non determina la coscienza. La mia idea è che il lavoro compiuto dal cervello ha la funzione di facilitare un modello dinamico di interazione che coinvolge, oltre al cervello, anche il corpo e l’ambiente. L’esperienza è messa in atto dagli esseri coscienti con l’aiuto del mondo.”

 

[2] Gibson, W., Neuromancer, Ace Books, New York, 2000, p. 51.  Traduzione:

“Cyberspazio: un’allucinazione vissuta consensualmente ogni giorno da miliardi di operatori legali, in ogni nazione, da bambini a cui vengono insegnati I concetti della matematica… Una rappresentazione grafica di dati ricavati dalle memorie di ogni computer del sistema umano. Impensabile complessità. Linee di luce disposte nel non-spazio della mente, ammassi e costellazioni di dati. Come le luci di una città, che si allontanano…”

 

[3] Nöe, A., Out of our Heads. Why You are not Your Brain and Other Lessons from the Biology of Consciousness, Hill and Wang, New York, 2010, p. 186. Traduzione:

“É ora chiaro, ammesso che non lo fosse anche prima, che la coscienza, al pari dell’improvvisazione musicale, è realizzata nell’azione, da noi, grazie alla nostra situazione nel mondo e al nostro accesso al mondo che conosciamo intorno a noi. Siamo nel mondo e siamo parte di esso. Questa è la nostra “casa, dolce casa”.

 

[4] Sterling, B., Introduction to, The Hacker Crackdown. Law and Disorder on the Electronic Frontier, Bantam Books, New York. Traduzione:

Il cyberspazio è il “luogo” in cui avviene una conversazione telefonica . Non nel tuo vero telefono, il dispositivo di plastica sulla tua scrivania. Non nel telefono dell’altra persona, in qualche altra città. * Il posto tra * i telefoni. Il luogo indefinito * là fuori, * dove voi due, due esseri umani, effettivamente vi incontrate e comunicate.


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Susanna
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