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Julius Evola

Chiara Righi13 aprile 2018

Julius Evola, pseudonimo di Giulio Cesare Andrea Evola, è stato un artista, scrittore e filosofo (Roma, 19 maggio 1898-11 giugno 1974). Si tratta probabilmente dell’unico esponente del movimento dadaista in Italia. Infatti, il Dadaismo non ha mai realmente attecchito nella nostra penisola, oscurato dall’imponente presenza del Futurismo.

 

Evola, a livello artistico, è principalmente noto per i suoi testi scritti, in particolare quelli inerenti al movimento dadaista come Il manifesto saccaromiceto e Note di filosofia dada.

 

Dal 1919 al 1923 intrattiene lo scambio di una trentina di lettere con Tristan Tzara, fondatore del movimento Dadaista. L’ammirazione per Tzara è evidente nei suoi testi, tant’è che il suo stile letterario di questo periodo ricalca in maniera chiara quello dei testi di Tristan.

 

Julius Evola, oltre che per il suo contributo pittorico e poetico, è anche tristemente noto come teorico d’idee di estrema destra. Le sue idee politiche si sono intrecciate ai suoi interessi esoterici e alla sua ricerca spirituale, portandolo dal 1934 in poi a figurare nella redazione della rivista Dottrina fascista e a collaborare attivamente alla Scuola di mistica fascista, fondata da Nicolò Giani.

 

Le sue teorie filosofiche nascondono da un profondo odio razziale, tant’è che arriva a formulare il Razzismo spirituale, individuando la razza ebraica come spiritualmente inferiore rispetto a quella ariana. Il regime fascista si servirà di queste teorie in particolar modo dal 1937, per giustificare il suo avvicinamento alla Germania nazista e l’introduzione delle politiche antiebraiche.

 

Nel saggio Per un allineamento politico-culturale dell’Italia e della Germania del 1942, Julius Evola esprime tutta la sua approvazione verso il regime nazista tedesco considerandolo superiore al fascismo italiano. Nonostante la sua ammirazione verso Mussolini, non ritiene che il popolo italiano sia abbastanza radicale e lo giudica incapace di far trionfare la grande cultura romana.

 

La sua critica verso il popolo italiano s’inasprisce dopo la seconda guerra mondiale, sostenendo che non fu il fascismo ad agire negativamente sul popolo italiano ma la “razza” italiana che l’ha rovinato, non essendo in grado di fornire uomini sufficientemente sani da realizzarne il potenziale positivo¹.

Come lo storico Claudio Pavone ha evidenziato, la morale è chiara: «nel fondo delle posizioni di questo tipo c’è l’idea che non è stato il fascismo a rovinare l’Italia, bensì l’Italia a rovinare il fascismo, di cui era indegna»².

 

 

¹ Julius Evola, Il Fascismo, saggio di un’analisi critica dal punto di vista della Destra, Volpe, Roma, 1964, p. 98.

² Claudio Pavone, Una guerra civile. Saggio storico sulla moralità nella Resistenza, Torino, Bollati Boringhieri, 1991, p. 212.


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