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I 15 ARTISTI CINESI CHE DEVI CONOSCERE

Spiegati brevemente

Chiara Righi7 Aprile 2020

15 artisti cinesi famosi, impegnati e spettacoli, che vale la pena conoscere. Per ognuno ho preparato un brevissimo riassunto della loro ricerca poetica, in modo da riuscire ad approcciarsi alle loro opere.

Shen Shaomin

Shen Shaomin, “Summit”, 2009. Un vertice G8 immaginario con i leader comunisti e socialisti. Sono tutti sul letto di morte in quanto punti di riferimento di un’ideologia fuori moda, ormai esamine. Foto di Ire Neo.

L’arte contemporanea cinese è caratterizzata dalla spettacolarità. Mostra, in maniera critica ed esasperata, le trasformazioni della Cina, riflettendo sul suo passato e il suo presente.

Essere un artista contemporaneo in Cina non è facile: è un mestiere visto con sospetto dalle autorità, sempre pronte a occultare le opere e a punire gli autori. Infatti, è difficile trovare qualcuno tra gli artisti qui elencati, le cui opere non siano state censurate o le cui mostre non siano state chiuse prima ancora dell’inaugurazione, dal governo cinese.

Per questo motivo, alcuni di loro hanno scelto di trasferirsi in altri continenti e oggi continuano a parlare di Cina mantenendone le debite distanze, evitando così di essere perseguitati a livello politico. Altri invece sono rimasti e continuano a lottare per la loro libertà d’espressione.

 

I 15 artisti più importanti sono:

Cai Guo-Qiang, Yue Minjun, Gu Wenda, Xiang Jing, Fang Lijun, Zhang Xiaogang, Wang Qingsong, Liu Wei, Zang Dali, Shen Shaomin, Zeng Fanzhi, Xu Bing, Li Songsong, Sun Yuan, Peng Yu, Ai Weiwei.

 

 

Cai Guo-Qiang

Cai Guo-Qiang

Cai Guo-Qiang, “Mumuration landscape” , 2019. Esercito di 10.000 uccelli in terracotta ricoperti di polvere da sparo. 

Cai Guo-Qiang è figlio di un pittore calligrafico cinese, con la fissazione per i libri. La loro casa ne era completamente piena. Purtroppo, molti li ha dovuti bruciare con l’avvento della Rivoluzione cinese e Cai, allora bambino, non poté che aiutare il padre in quel disperato falò.
In quel momento, forse, dentro di lui ha maturato l’idea che da quelle ceneri dovesse nascere qualcosa. La polvere da sparo, le esplosioni e la violenza visiva deflagrante sono diventati il suo materiale di lavoro artistico.

 

Ha iniziato a inserire la polvere da sparo nelle sue composizioni pittoriche, imparando, poco alla volta, ad affinare una tecnica del tutto personale per poterci disegnare.

I suoi lavori sono orchestrazioni di giochi pirotecnici, quadri che ritraggono esplosioni di colore, installazioni e sculture impegnate contro l’inquinamento ambientale, le guerre e i muri politici.

L’artista dichiara che la sua missione principale è quella di liberare l’energia universale che ci unisce tutti, portando l’invisibile a diventare visibile. Nelle sue esplosioni l’artista cerca di distorcere la concezione di tempo e spazio per far in modo che tutti percepiscano questa energia che ci circonda e ci accomuna.

Cai Guo-Qiang

“City of Flowers in the Sky”, 2018, Firenze. Opera ispirata alla “Primavera” di Botticelli.

 

Yue Minjun

Yue Minjun

 

Tra gli artisti cinesi famosi, c’è indubbiamente lui. È l’esponente più conosciuto del “Realismo cinico”, corrente che si distacca dal realismo sociale richiesto dalle istituzioni, portando avanti una poetica pop inquietante. Yue realizza una parodia pessimista e cinica dell’uomo moderno, la cui felicità è dettata dal potere di acquisto.

 

Il suo volto è diventato un brand che caratterizza le sue opere: immancabile in ogni quadro o scultura, viene ripetuto ossessivamente e in modo sovrabbondante, sempre con la stessa espressione. La sua faccia è congelata in un ghigno, sempre con gli occhi chiusi. Davanti alla sua risata non percepiamo allegria ma disagio. Infatti, la sua è una rappresentazione grottesca dell’uomo contemporaneo, svuotato di coscienza e sensibilità, senza pensieri anche davanti alle situazioni più tragiche (tipo le stragi). Si percepiscono delle vite vuote, incoscienti del pericolo e del mondo che le circonda.

 

Parte delle sue opere ripropone eventi storici o immagini provenienti dalla storia dell’arte, ridicolizzati dai soggetti superficiali e stereotipati del contemporaneo.

Alcune tele propongono le immagini di propaganda della Repubblica Popolare Cinese di Mao, oppure degli ambienti pubblicitari: in entrambi i casi si tratta d’immaginari che voglino comunicare felicità ma che, sotto il filtro di Yue, diventano uno spietato raggiro che ha portato alla disumanizzazione degli individui.

Yue Minjun untitled

Yue Minjun, “Untitled”, 2005. Foto di michailkutuzov.

 

Gu Wenda

Hair Dialogue II

Gu Wenta, “China Monument: Temple of Heaven”, 1998. Foto di Purple Cloud.

Gu Wanda è un artista che, per diversi anni ha lavorato come guardia rossa, con il ruolo di calligrafo e studioso della lingua cinese.

 

L’artista è noto per essere l’inventore di molti pseudo-linguaggi: nelle sue opere deforma i caratteri tipografici, inventa grafemi e crea nuove parole. Alle volte va alla ricerca di lingue antiche o segrete, creando testi illeggibili per evocare i limiti della conoscenza umana.

In un seconodo periodo, Gu ha avviato una ricerca sull’umanità, cercando di andare al di là dei limiti etnici e nazionali. Per fare questo si serve di sostanze corporee di persone provenienti da tutto il mondo. Si tratta per lo più d’istallazioni create alle volte con capelli di diverso colore, altre con assorbenti, sperma o placenta.

Alle volte, le sue ricerca calligrafiche si uniscono ai fluidi corporei, creando un linguaggio universale, che rappresenta tutta l’umanità.

united nations -- babel of the millennium by Gu Wenda at SFMOMA

Gu Wanda, “United nations–babel of the millennium”, 1999. Installazione realizzata con capelli umani, con grafemi inventati. Foto di  Barbara Kleinhans.

 

Xiang Jing

Your Body [detail]

Xiang Jing, dettaglio di “Your Body”, 2005. Foto di Leo Reynolds.

Xiang è una scultrice cinese dalla mentalità indipendente. Non si definisce “femminista” perché il “movimento femminista” è stato importato come fenomeno occidentale, mentre la Cina è un continente che non ha mai vissuto una vera e propria forma di liberazione femminile.

 

Anche per questo motivo, il lavoro di Xiang Jing è da considerarsi coraggiosa e intraprendente, perché affronta i tabù a cui la società e i suoi stessi colleghi di sesso maschile ignorano. Infatti, neanche gli sforzi di Mao e della sua Rivoluzione Culturale sono riusciti ad appianare le disparità di genere in Cina (secondo Mao uomini e donne dovevano essere uguali).

L’artista spiega che la Cina continua a essere un paese patriarcale, in cui le stesse donne sottovalutano i propri diritti e credono di acquisire maggiore stima accudendo i figli e dedicandosi completamente alla vita famigliare[1].

 

Dalle sue opere emergono donne molto spaventate, alle volte terrorizzate da altre donne aggressive nei confronti delle proprie simili. Ma soprattutto, ci sono enormi nudi di donne, annoiate, dagli occhi spenti e una pelle talmente levigata da sembrare plastica.

L’artista non intende però trasmettere semplicemente un messaggio di genere. Utilizza il corpo delle donne per parlare di problemi universali: le sue sono persone in sospeso, sono corpi che vanno verso la vecchiaia e la decomposizione senza aver ancora trovato una dignità e una vita interiore soddisfacente.

Bang!

Xiang Jing, “Bang!”, 2002.

 

 

Fang Lijun

Fang Lijun2

È stato uno dei primi a prendere parte al movimento del Realismo Cinico. I suoi dipinti affrontano questioni di moralità (ad esempio la situazione degli artisti in Cina, malvisti e censurati dal regime) e dell’oppressione politica. Si esprime attraverso immagini colorate, surreali e ironiche.

 

La sua particolarità è di essere una figura ponte tra il contemporaneo e le antiche tecniche tradizionali cinesi. Ad esempio, segue ancora il processo d’intaglio del legno con l’immagine negativa tipica della xilografia, ricoprendone la superficie d’inchiostro e quindi impressionando il disegno sulla carta o sul tessuto. Poiché i progetti artistici richiedono una moltitudine di colori, Fang incide e utilizza lastre diverse e in ordine di stampa, compiendo un processo lungo e meticoloso.

Oltre le tecniche antiche, utilizza anche figure simboliche legate alle tradizioni cinesi, come i fiori e l’acqua. Quest’ultima viene usata da Fang Lijun come metafora di trasformazione sociale ma anche come minaccia di annegamento.

 

Tra i suoi soggetti ricorrenti troviamo moltitudini di teste calve (in Cina esiste un pregiudizio secondo cui i pelati sarebbero persone stupide). La folla non sa dove guardare e, nonostante sia composta da gente che sorride in maniera assolutamente beota, trasmette confusione e perdita dei punti di riferimento. Sono la raffigurazione delle masse manipolate dal potere, insensate e incapaci di comprendere la propria posizione.

L’artista riserva un tono decisamente più clemente ai ritratti di bambini, concepiti come le nuove generazioni in cui riporre le speranze.

Fang Lijng3

Fang Lijun, “2016”, 2016.

 

 

Zhang Xiaogang 

Untitled - Zhang Xiaogang

Zhang Xiaogang, “Untitled”, 2006.

Ispirandosi a uno stile surreale, Zhang Ziaogang ripropone ritratti sfocati che sembrano provenire dagli anni ’50-’60.

Ogni volto è snervantemente simile all’altro, se non per piccoli dettagli e macchie di colore, come quelle che appaiono sulle pellicole invecchiate. I personaggi sembrano apparizioni oniriche dalla fisica alterata: testa e occhi enormi, mani e nasi piccoli. Le figure sono generalmente sfocate, solo gli occhi sono completamente illuminati, vuoti e simili a quelli di un clone.

 

Grazie alla loro somiglianza fisica, i personaggi di Xiaogang mettono in discussione le nozioni di alterità, differenza e personalità. Sono trionfi della conformità richiesta dai regimi, in cui ogni soggetto appare intercambiabile e anonimo.

Particolarmente interessanti sono le immagini dei bambini, spesso in uniforme, con i genitali scoperti. Mostrano lo scontro tra l’immagine pubblica e la e vulnerabilità privata; l’immagine eroica richiesta dal contesto sociale e la fragilità personale.

Zhang Xiaogang

Quadri nello studio dell’artista a Pechino.

 

 

Wang Qingsong

Wang-Qingsong-Goddess-min

Wang Qingsong, “Goddess Min. Min era una divinità della fertilità, nell’antico Egitto. 

Wang Qingsong realizza fotografie di formato enorme, umoristiche a primo impatto ma che nascondo una profonda critica sociale. Questo autore è, infatti, contrario all’atteggiamento degli artisti scollegati dalla realtà, poiché concepisce l’arte come forma di lotta per il cambiamento sociale.

 

La sua arte raffigura una Cina soggiogata dal consumismo occidentale, colpevole di aver sradicato i valori e le tradizioni asiatiche, a cui Wang è molto legato. Ci mostra l’influenza nefasta dell’occidente sulla sua patria ma anche la lotta, vana, dei pochi reduci di un modello culturale cinese ormai minoritario.

L’artista in oltre affronta anche temi scottanti d’attualità, come quello della globalizzazione, l’immigrazione e le disuguaglianze sociali, con un occhio di riguardo verso le vittime del sistema capitalista.

 

Come le città cinesi, le foto di Wang sono sovrappopolate e claustrofobiche. Racconta con sarcasmo un’era di eccessi e di trasformazioni. Affronta i luoghi pubblici, come la città in cui la facciata del municipio è completamente oscurata dalle pubblicità di grandi marchi, ma entra anche nella quotidianità delle vite private, descrivendo le case dei cittadini cinesi strabordanti d’oggetti inutili e spazzatura.

Wang-Qingsong-Crazy-Readers-min

Wang Qingsong, “Crazy Readers min”, 2017.

 

 

Liu Wei

Queens Museum - Liu Wei Exhibit

Liu Wei, “Library II-II”. E’ una città erosa, scolpita nei libri di testo scolastici che allude alla censura e la distruzione delle informazioni, della cultura e della libertà durante i regimi.  

Artista che ha preso parte sia al movimento del Realismo Cinico, sia a quello del Post-Sense Sensibility (gruppo di artisti che mirava a creare esperienze estreme per i fruitori e abbracciava l’improvvisazione, l’irrazionalità e l’intuizione).

Attualmente Liu lavora attraverso una vasta gamma di media e tecniche, tra cui fotografia, pittura, scultura e installazione. Il ready made è un elemento ricorrente nella sua pratica e il suo lavoro è spesso dato dall’assemblaggio di oggetti di uso quotidiano. Dall’incontro di questi oggetti nascono architetture urbane che indugiano sull’identità, culturale e politica, della metropoli. Le sue opere riflettono l’ansia culturale, il sentimento di eccesso, corruzione e aggressività.

 

Se credete che l’idea del ready made non sia per niente originale, tenete conto che i suoi sono alquanto insoliti: Liu è in grado di costruire modelli d’intere città con cibo per cani, o raffigurare paesaggi con fotografie di natiche.

L’idea della provocazione e il linguaggio ironico sono nelle corde: ci basti pensare che la sua scultura “Indigestion” non è niente popò di meno che una cacca umana di dimensioni monumentali. Grazie al titolo però, anche l’escremento si ricollega alla sua poetica dell’eccesso nella società consumista, trovando una sua coerenza anche nell’azione demenziale.

Le sue opere pittoriche invece sono molto poetiche e dimostrano una grande consapevolezza del colore e della composizione. Sulla tela le sue metropoli diventano idee astratte o paesaggi lussureggianti, in cui flora e fauna irrompono tra le geometrie urbane disturbandone la rigidità.

Den Bosch: Liu Wei in het Noordbrabants Museum

Liu Wei, “Don’t tuch”, scultura in cuoio grezzo di 4,5 metri. L’artista rappresenta la città sacra di Lhasa, capitale del Tibet. Immortala il palazzo di Portala, residenza del Dalai Lama fino al 1959, ovvero il momento in cui la Cina invase il Tibet e lui fu costretto a fuggire in India. 

 

 

Zhang Dali

Slogan

Zang Dali, “Slogan 84”, 2011.

Zhang Dali è considerato il primo artista di graffiti di Pechino. All’inizio della propria carriera ha utilizzato questa forma artistica in maniera fortemente politica, marchiando con i volti delle autorità politiche tutti gli edifici programmati per la demolizione a Pechino.

 

In seguito si è dedicato agli eroi non celebrati della società, come gli invisibili operai stranieri, le persone costrette a migrare, i lavoratori temporanei. A questi eroi senza volto che vivono in fondo alla scala sociale, Zhang dedica sculture, installazioni, ritratti e graffiti. Secondo l’artista, i lavoratori immigrati che hanno viaggiato dalle aree rurali di tutta la Cina per guadagnarsi da vivere nei cantieri nelle città cinesi, sono i membri più importanti del popolo cinese, che stanno dando forma alla nostra realtà fisica.

I sui soggetti sono quindi gli ultimi della società, bambini compresi, in balia di un futuro incerto e della loro vulnerabilità.

Chinese Offspring

Zang Dali, “Chinese Offspring”, 2003. Foto di Francis Johns.

 

 

Shen Shaomin

Unknown Creature - Three Headed Monster, Saatchi Gallery, London.

Shen Shaomin, “Unknown Creature – Three Headed Monster”, 2002. 

Shen Shaomin si comporta da archeologo, biologo e scienziato pazzo. Costruisce bestiari di animali fantastici con ossa di animali veri, scheletri dall’aspetto meraviglioso, spaventoso e strano. Sono i resti di creature estinte che entrano a pieno titolo nell’ambiente museale in quanto reperti.

Gli assurdi assemblaggi di Shen sono enormi, come dinosauri del giurassico e gli antichi totem spirituali. Trasudano favola e folklore. Inevitabilmente però, fondono un’idea arcaica con un immaginario futuristico, alludendo ai problemi contemporanei di modificazione genetica e alle conseguenze della minaccia ambientale. Il fatto che le ossa siano reali, evoca un processo di evoluzione deformato.

 

Nonostante Shen si sia occupato di diverse problematiche in ambito di diritti e giustizia sociale, è il tema ambientalista quello che ritorna più spesso nelle sue opere. Ad esempio, nella serie “Bonsai” iniziata nel 2007, inserisce le piantine tra chiodi, carrucole, gabbie e altri strumenti che li fanno sembrare sotto tortura. Infatti, lo stesso autore sostiene di essere impressionato dal processo violento di fabbricazione di un bonsai, in cui un alberello è costretto a delle enormi torsioni al solo fine di apparire più grazioso agli occhi degli esseri umani.

 

Nel 2011 Shen rincara la dose con la serie “Io dormo sopra di me”, composta da diversi animali iperrealisti in silicone con tanto di sistema respiratorio meccanico grazie al quale si muovono, sembrando vivi. Tutti gli animali sono spogliati del loro mantello naturale e dormono a terra su una pelliccia che potrebbe essere la loro, disposta su un cumulo di sale. Il focus della mostra va sull’impatto nefasto degli umani nel mondo e della loro sete di progresso. Non a caso, il titolo della mostra in cui la serie è stata presentata è “The day after Tomorrow”, lo stesso di un noto film horror.

Bratpack - Shen Shaomin 2

Shen Shaomin, dettaglio degli agnelli dell’istallazione “Io dormo sopra di me”, 2011.

 

 

Zeng Fanzhi

Zeng Fanzhi

Dettaglio di “Mask Series No. 10”, 1996.

Zeng è un artista che è sempre stato affascinato dall’arte occidentale. È particolarmente attratto dall’espressionismo tedesco e dal romanticismo francese, amori che lo hanno allontanano fin da giovane dal realismo sociale e dalle ricerche più concettuali richieste dall’Accademia cinese. Si concentra, infatti, nel comunicare il disagio interiore e il dramma psicologico che trapela dalla carne, a volte pallida, altre sanguinea, dei suoi soggetti.

La sua ricerca di dialogo con l’occidente l’ha portato a rivisitare i capolavori della storia dell’arte europea, impregnandoli però della vita politica e personale legata alla Repubblica Popolare Cinese.

 

Una delle sue serie più famose è “Mask”, quella in cui l’artista maschera i personaggi donandogli un volto apatico e forzatamente sereno, nascondendo le sofferenze personali dietro una forma di pubblico pudore e d’isteria collettiva.

zeng-fanzhi-mask-series21

Zeng Fanzhi, “Mask Series No.10″, 1998.

 

 

Xu Bing

First Class

Xu Bing “1st Class”, 2011. Pelliccia di tigre costruita con 500.000 sigarette. Foto di Kirstie Shanley.

Il lavoro di Xu Bing, sfida il suo pubblico a osservare come spesso, ciò che vediamo non è quello che ci sembra a primo impatto. Ad esempio, crea dei dipinti che ci appaiono come disegni a china su pergamena, apparentemente opere tradizionali della Cina. Se però ci rechiamo dietro alla parete su cui sono esposti i fogli, ci rendiamo conto che non c’è assolutamente nessun disegno e nessuna traccia di china: l’immagine è data dalla proiezione di ombre e forme di detriti naturali accumulati e composti dall’artista.

 

Per apprezzare il suo lavoro bisogna sempre andare un po’ oltre, è un invito a scendere in profondità di quello che ci circonda. Richiede una riflessione tra linguaggio e potere, aprendosi a interpretazioni poetiche e filosofiche. Per creare le sue immagini ambigue, a cui occorre un secondo sguardo per poterne conoscerne la natura, si serve di qualsiasi materiale: sigarette, sabbia, bachi da seta, materiale prelevato dai cantieri edili.

Anche la manipolazione dei grafemi cinesi, mescolati e confusi con altre lingue e il disegno, rientrano tra i suoi campi d’indagine, prevalentemente legati al linguaggio e ai mezzi di comunicazione.

Xu Bing

Xu Bing, dettaglio di “Where Does the Dust Itself Collect?”, 2004. Scritta creata con uno stancil su un leggero strato di sabbia, quasi impercettibile, che crea un effetto metafisico, straniante e mistico.

 

 

Li Songsong

The Saatchi Gallery

Li Songsong, “This Is How We Talk Politics”, 2008. Foto di Herry Lawford

Li Songsong è un artista che si occupa di memoria sociale, imprimendo sulle sue tele le immagini più significative della storia politica moderna della Cina. Le sue figure hanno origine da copie di fotografie d’epoca, che vengono sezionate e ricomposte su diversi supporti, piani e colori.

Ogni opera ci appare in fine come una serie di quadri scomposti e avvicinati, come se fosse il tentativo di ricomposizione mentale di ciò che è successo, uno sforzo evocativo.

 

Contemporaneamente, I suoi pannelli trasmettono paradossalmente la velocità, la pixellazione e la distorsione dei mass media. Nelle sue opere si sovrappongono così memoria personale, sociale e mediatica: diversi piani di lettura che le rendono sfuggenti e poetiche.

Li Songsong, 'Sashami', 2015

 

 

Sun Yuan e Peng Yu

Bien 05

Sun Yuan e Peng Yu, “Can’t halp myself”, 2019. Un macchinario tenta disperatamente di contenere un liquido che sembra sangue, che però continua a sgorgare rendendo vani i suoi sforzi. L’opera si gioca su due piani di lettura: quella politica di stampo pacifista ma anche psicologia, suggerita dal che il titolo sembra volgere uno sguardo introspettivo. Foto di Riccardo Brunetti.

Sono una coppia di artisti, un uomo e una donna, molto provocatori. Sono noti per l’utilizzo di materiali non convenzionali, come cadaveri, grasso umano (adipe) e robot.

Esteticamente vicini a movimenti quali il Post Human, affrontano con freddezza chirurgica e un’aggressività perturbante problematiche sociali, politiche ed esistenziali. I temi ricorrenti sono la vecchiaia, l’abuso di potere, le guerre e i conflitti generazionali. Ciò che però accomuna, realmente, tutte le loro istallazioni, è un senso di minaccia.

Davanti alle loro opere, generalmente motorizzate e in movimento, ci sentiamo in soggezione. Alle volte ci spaventiamo per i forti rumori improvvisi o perché un oggetto, che sembrava inanimato, all’improvviso si sposta.

 

Un lavoro molto rappresentativo è Old Person Home del 2008, quando in cui i due artisti trasformarono la Saatchi Gallery in un ospizio per anziani (rappresentati da sculture iperrealiste) che giravano e si scontravano con le loro carrozzine. Questi anziani somigliavano ai leader della scena politica mondiale, invecchiati e senza forze. Alcuni di loro erano vestiti da veterani di guerra, altri in abiti eleganti caratteristici di diverse culture.

Sono tutti sdentati, sbavanti e indeboliti ma neppure la vecchiaia li fa demordere dal loro istinto di sopraffazione, per cui lottano tra loro per conquistare il territorio.

 

In generale, le macchine di Sun Yuan e Peng Yu hanno il compito prolungare le azioni umane nel tempo, fisiche o metaforiche, in modo da darci la possibilità di osservarle dall’esterno e riflettere sulla nostra condizione.

Sun Yuan and Peng Yu's wheelchairs

Sun Yuan e Peng Yu, dettaglio delle statue iperrealiste disposte sulle carrozzine elettriche, dell’opera “Old Persone Home”, 2008. 

 

 

 

Ai Weiwei

1809 Ai Weiwei Snake Ceiling

Ai Weiwei, “Snake Bag”, 2008. Un enorme serpente costruito con 360 zaini da bambino; l’opera denuncia la morte di moltissimi bambini a causa del crollo delle scuole, costruite senza criteri di sicurezza, durante il terremoto del 2008, in Cina. Il numero dei decessi è stato censurato e ampiamente sottostimato dalle autorità. 

Forse il più conosciuto tra gli artisti cinesi famosi, Ai Weiwei è l’artista più politicamente attivo. È molto impegnato nell’area dei diritti umani, tanto da sacrificarsi personalmente per denunciare le stragi occultate dallo stato, le crisi migratorie e le operazioni di azzeramento della memoria collettiva messe in atto dal governo cinese.

Un autore che non ha ricevuto solo riconoscimenti artistici ma che dal 2015 è stato nominato ambasciatore di Amnesty International, grazie al suo impegno per denunciare il dramma dei migranti attraverso le sue opere.

 

A causa della sua opposizione al regime, Ai vive una vita tormentata. Le multe spropositate che gli vengono afflitte sono il male minore. Tra il 2009 e il 2011 le autorità hanno prima chiuso il suo blog attivista (da lui definito una “scultura sociale”), poi demolito il suo studio d’arte di Malu Twon e, infine, è stato arrestato e confinato in una località segreta per 81 giorni.

 

La sua capacità principale è quella innescare processi di emancipazione individuali e collettivi, di condurre il fruitore verso la sfera pratica dell’agire. Per far ciò utilizza diverse tecniche, dalla scultura, all’architettura, al design, all’istallazione, alle performance. Utilizza anche metodologie politicamente ed eticamente scorrette. Tra le varie, ha spesso distrutto reperti storici. Ne è un esempio la serie “Colored Vases”, in cui ha deturpato diversi vasi periodo Neolitico immergendoli in vasche di pittura colorata, come a volerne cancellare l’identità, cercando con ciò di denunciare metaforicamente gli effetti della globalizzazione ma anche della “Rivoluzione Culturale” del 1966, il cui lascito culturale aveva, secondo la sua opinione, al pari del capitalismo contemporaneo, cancellato i principi della tradizione cinese.

Ai è, infatti, molto legato alle pratiche tradizionali cinesi e spesso si fa aiutare da artigiani (sopratutto ceramisti) nella realizzazione delle opere, supportando la manifattura locale.

 

Insomma, la sua figura è quella dell’agitatore culturale; a sorprendere delle sue opere è proprio la sua capacità di piegare l’arte alla necessità di denuncia sociale. Ad esempio, durante il tremendo terremoto di Sichuan del 2008, dove persero la vita oltre 70mila persone, Ai Weiwei si prestò ai soccorsi e radunò volontari per recuperare i nomi di chi aveva perso la vita. In tale occasione, il governo cinese tentò in tutti i modi di oscurare la sua battaglia, per evitare la diffusione delle cifre che riguardavano i bambini rimasti vittima della catastrofe (molti dei quali, secondo l’artista stesso, a causa di problemi strutturali degli edifici scolastici). In seguito alla pubblicazione dei nomi di oltre cinquemila bambini morti durante il terremoto, il governo oscurò il suo blog.

Ai Weiwei-71

Ai Weiwei, maxi installazione di 1,2 milioni di mattocini LEGO del 2014. I ritratti appartengono a centosettantasei perseguitati politici della storia (da Mandela a Snowden, da Galileo a Dante). Quando l’artista chiede alla LEGO altri mattoncini per “aggiornare” l’opera, la compagnia danese vieta la fornitura perché contraria all’uso del prodotto per motivi politici. A quel punto l’artista solleva un tale polverone sui social contro l’azienda che la LEGO è costretta a ritirare il suo divieto, garantendo la libertà d’espressione anche attraverso i suoi mattoncini colorati.

 

 

 

FINE

 

Se vuoi saperne di più riguardo l’arte contemporanea cinese leggi anche “Arte cinese: il fake più sincero che c’è”. Infatti, gli artisti cinesi non sono solo eccezionalmente interessanti, ma sono stati anche i protagonisti del più grande boom economico del mercato dell’arte contemporanea. Si è trattata di una performance economica incredibile, che ha visto un incremento esorbitante dei prezzi di mercato, destinati a subire una battuta d’arresto solo con l’inizio della crisi economica del 2008.

 

Per approfondire cos’è il Realismo Cinico, movimento di cui fanno parte molti artisti qui elencati, vai all’articolo “Il Realismo Cinico in 5 punti“.

 

 

 

 

 

 

[1] Intervista a Xiang Jing di Monica Merlin, Pechino, 2013, https://www.tate.org.uk/research/research-centres/tate-research-centre-asia/women-artists-contemporary-china/xiang-jing

     


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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.
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