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Il REALISMO CINICO IN 5 PUNTI

5 minuti di cinismo cinese

Chiara Righi9 Aprile 2020

Ripercorriamo in 5 brevi tappe lo sviluppo del Realismo Cinico. Si tratta del movimento artistico cinese più conosciuto e influente a livello mondiale.

La sua è una storia appassionante fatta da politica, contestazioni, autogestione ed emancipazione.

Yue Minjun (1962- ) - 1994 The Massacre of Chios (Private Collection)

Yue Minjun, “The Massacre of Chios”, 1994.

1. Di arte ma non parte

Il nome “Realismo Cinico” è stato coniato dal critico d’arte Li Xianting per indicare un gruppo di giovani artisti cinesi, nato negli anni ‘90.

Questi autori hanno vissuto un periodo storico che li ha trascinati da un estremo politico all’altro: dalla rigidità e la chiusura del Regime comunista, al libero mercato globale più spietatamente capitalista. In questi due sistemi opposti gli artisti del Realismo Cinico hanno trovato una grande similitudine: la tendenza di entrambe i sistemi all’omologazione e l’appiattimento personale.

Se il Regime comunista impediva di esprimere il proprio dissenso e tendeva a reprimere qualunque spirito indipendente, allo stesso modo il sistema capitalista, nella sua apparente “liberta totale”, porta le persone ad abbandonare la propria individualità per divenire parte di una massa conforme di consumatori, in cui è il potere d’acquisto a definire il valore di ciascun individuo.

Nel Realismo Cinico vi è quindi un rifiuto di ogni “ismo” e l’irrisione di ogni ideologia, in favore dell’espressione della creatività e della soggettività personale.

 

2. Come si diventa cinici

Cinici e soli contro tutti. Questi artisti esprimono la disillusione dell’utopia che aveva caratterizzato le avanguardie artistiche cinesi nel decennio precedente (gli anni ’80). Nel 1989, infatti, il dramma di piazza Tienanmen stroncò le speranze democratiche della popolazione, e si sommò, per la comunità intellettuale, alla chiusura della mostra “China/Avant Garde” presso la China National Gallery di Pechino da parte delle autorità. Questa esposizione doveva rappresentare il primo riconoscimento ufficiale degli artisti più sperimentali, garantendo una nuova, tanto desiderata, libertà d’espressione.

Il Realismo Cinico emerse subito dopo questi fatti. Esprime la distruzione degli ideali, suggerendo una visione disillusa, fredda e ironica nei confronti della società cinese e di qualsiasi speranza di miglioramento.

 

3. Arte come scelta di vita

Non fate l’errore di pensare che, dopo il crollo dell’utopia, sia nata una semplice generazione di artisti individualisti, che strizza l’occhio al marketing. La storia non è andata così.

La reazione dei giovani artisti cinesi dei nei primi anni ’90, fu quella di riunirsi e fare fronte comune. I “realisti cinici”, tra cui Fang Lijun, Yue Minjun, Liu Wei e Yang Shaobin, fuggirono alla periferia di Pechino e si rifugiarono nella comunità artistica dello Yuanmingyuan. Si tratta di un villaggio fondato a fine del 1990 da artisti dissidenti, che hanno dato inizio a una vita comunitaria e a un esilio autoimposto. Infatti, in questo periodo diversi gruppi di artisti occuparono piccoli villaggi abbandonati intorno alla città, spesso affittando le case a prezzi irrisori, creando comunità autogestite. Tra i vari, anche gli artisti più legati al mondo della performance (Zhang Huan, Ma Liuming, Zhu Ming, Cang Xin e altri) fondavano la comunità dell’East Village. Sia quest’ultima, sia la comunità dello Yuanmingyuan, circa nello stesso periodo furono smantellate dalla polizia.

La loro esperienza lasciò però un’impronta indelebile nella vita degli artisti cinesi che, da allora, continuano a vivere e riunirsi in villaggi artistici.

Lo stesso distretto artistico 798 di Pechino è stato fondato da una comunità di artisti indipendenti che si è ispirata a quei primi tentativi d’inizio anni ’90.

Circumstances

Yang Shaobin, “Circumstances”, 1995.

 

4. La salvezza arriva da lontano

Essere un artista contemporaneo, libero e indipendente, nella Cina dei primi anni ‘90 era difficile e malvisto. Oltre l’antipatia delle autorità, si aggiungeva l’incomprensione generale da parte della popolazione, dovuta a una forte ignoranza nei confronti delle espressioni artistiche. Poi c’era il problema più gravoso, quello finanziario: era difficile sopravvivere e procurarsi il materiale.

Per questo motivo, appena il mercato cinese si aprì, gli artisti si rivolsero spontaneamente verso gli acquirenti stranieri, trovando un fortuito interesse, che si manifestò in maniera importante dal 2000 in poi. Infatti, dopo tanti anni di completa chiusura economica, molti galleristi e collezionisti stranieri alla ricerca di novità, si mostrarono curiosi di capire cosa stesse succedendo in quell’enorme continente serrato.

Il movimento del Realismo Cinico fu tra i primi a essere notato: grazie alle tonalità pop, al tema del consumismo (così vicino al pubblico occidentale), al suo tono ironico e provocatorio, conquistò velocemente il mercato americano ed europeo, con una performance economica incredibilmente veloce (descritta nell’articolo “Arte cinese: il fake più sincero che c’è).

 

5. Una risata ci seppellirà

Ma come riconosciamo, stilisticamente, il Realismo Cinico?

Dal suo tono di voce, lo Humor Nero. È caratterizzato da un’estetica pop inquietante, dai colori sgargianti e artificiali. L’anatomia dei personaggi, deforme e ridicola, non trasmette comicità ma inadeguatezza.

Il tema più visitato sono le masse d’individui, tutti uguali tra di loro. Solitamente i soggetti sono congelati in sorrisi beoti e sguardi inebetiti. Ridono ma non sembrano felici, solo in preda al caos. Sono la caricatura di generazioni senza più punti di riferimento, coscienti solo della futile soddisfazione che deriva dall’acquisto di oggetti inutili e dall’approvazione degli altri.

Sono individualità perse, pronte a farsi manipolare dal prossimo dittatore, così come dal prossimo direttore di marketing.

Una caratteristica strana, è che molti autori scelgono il proprio volto come maschera per i loro soggetti: in questo modo non si tirano fuori dalla critica sociale ma sono coinvolti nella distopia. È chiaro che, in un mondo in cui ormai tutto si misura solo con il denaro, nemmeno l’arte ci possa salvare.

 

Capita generalmente di imbattersi in opere che fondono i manifesti di propaganda politica caratteristici del Regime comunista cinese, con le pubblicità commerciali: politica e marketing diventano così indistinguibili. Infatti, sia le immagini di propaganda sia le campagne pubblicitarie in questione, tentano di richiamare sensazioni piacevoli e mostrare persone felici, che nelle mani di questi autori diventano però scene disumane. I protagonisti sono svuotati d’intelletto e sentimento, vuoti e incoscienti di ciò che li circonda.

 

 

Se vuoi conoscere più a fondo la poetica di alcuni di questi autori, vai all’articolo “I 15 artisti cinesi che devi conoscere”.

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Fang Lijun

Der Beobachter

Yang Shaobin, Foto di mitue.

Yue Minjun (1962- ) - 1995 Execution (Sotheby's London, 2007)

Yue Minjun, Execution”, 1995. Foto di RasMarley.

Minitures

Fang Lijun, “Human evolution”, 2009. Foto di Mingshi (Jenny) Wan

 


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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.
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