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BIENNALE 2019: BEN TORNATA ARTE IMPEGNATA

I temi della biennale di Venezia

Chiara Righi9 Settembre 2019

La biennale 2019 è una presa di coscienza sull’attualità. Stiamo vivendo tempi duri, in cui le prospettive politiche e morali subiscono un continuo restringimento. Lo stato di diritto crolla, le vedute si restringono e le disuguaglianze economiche sono sempre più marcate. E l’arte torna ad alzare la testa.

Alla biennale 2019, il presidente Paolo Baratta ha dato il nome di una maledizione che ci condanna a vivere in tempi problematici. Gli artisti hanno risposto alla chiamata descrivendoli nel dettaglio.

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“La Búsqueda” di Teresa Margolles è un’opera che esamina da una prospettiva femminista la brutalità del narcotraffico che affligge il Messico. Questi pannelli, tappezzati di foto di donne scomparse, sono stati prelevati direttamente dalla città di Ciudad Juáre, teatro di numerosi omicidi irrisolti. I pannelli, immersi nel buio, vibrano sulle frequenze di un rumore che ricorda il passaggio di un treno, evocando l’idea di una città fantasma e di un lutto collettivo.  

 

Cosa c’è di meglio di una Biennale che si chiama come una fake news? Il titolo “May you live in interesting times” (“Possa tu vivere tempi interessanti”, intesi come “problematici ”) è una frase che per anni è stata considerata dagli occidentali una maledizione cinese ma… in Cina non è mai esistita! Eppure, questa espressione, pur essendo frutto dell’immaginazione, ha avuto un effetto reale nella retorica e nel dibattito pubblico.

Alla chiamata del presidente Paolo Baratta gli artisti hanno risposto raccontandoci i tempi problematici in cui siamo costretti a vivere, senza risparmiarci i particolari più duri.

Della biennale 2019 possiamo dire che le tematiche portanti della sono state due: la critica sociale e l’evasione verso un mondo altro.

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“Written by water” di Marco Godinho: centinaia di quaderni immersi in mare diventano la metafora delle memorie cancellate dagli abissi marini, evocando un flusso di destini personali.

 

 

La critica sociale

Due anni fa, davanti ai fenomeni di terrorismo e crisi economica, la biennale 2017 si caratterizzava per una componente rituale, un richiamo alla magia nera e all’invocazione. L’arte si faceva specchio di un mondo che, in preda alla paura, aveva perso la lucidità e la capacità di prendere decisioni razionali (approfondite nell’articolo “ritorno ai demoni ”).
A due anni di distanza gli artisti ci mostrano dove ci hanno condotto le nostre scelte irrazionali guidate dal panico. La biennale 2019 sembra un urlo che si è leva da ogni parte del mondo, implorando pietà.

Ecco quali sono le principali tematiche sociali emerse.

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Christoph Büchel, artista svizzero-islandese, è riuscito ad ottenere i permessi per esporre la carcassa di una barca affondata il 18 aprile 2015, a largo della costa della Libia. Questa è stata trascinata fuori dal fondale marino con a bordo centinaia di corpi di migranti.

 

La vicinanza agli ultimi della società

Tutti gli artisti si sono stretti intorno agli ultimi della società, ai migranti, alle vittime delle guerre e d’ingiustizie sociali. La biennale 2019 è una grande evocazione delle loro storie, di terre martoriate e di presagi macabri. Molti sono gli autori che ci raccontano del ritorno dei programmi nazionalisti in tutto il mondo, oppure di singole vicende politiche che hanno condotto a situazioni inquietanti, impossibili da arrestare.

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All’interno del padiglione Canada, Isuma video art racconta del trasferimento forzato dall’isola di Buffin subito dalle famiglie Inuit nel 1968. Contemporaneamente, mostra come oggi una multinazionale stia progettando il passaggio di ferrovie e superpetroliere davanti alle comunità Inuit di Igloolik e Pond Inlet, minacciandoli nuovamente.     

 

I conflitti irrisolti

 

La biennale 2019 è un tesoro di testimonianze e informazioni sui conflitti mondiali a cui generalmente è difficile accedere.

Un esempio lampante è quello di Lawrence Abu Hamdan che con la sua installazione video che ci mostra “la valle delle grida”, cioè un confine invalicabile ricavato sulle alture del Golan, che separa in modo forzato la popolazione. Qui, amici e parenti si gridano da una sponda all’altra senza più potersi avvicinare. L’artista ha documentato come questa valle sia cosparsa di mine antiuomo e plotoni di militari pronti a sparare a chiunque cerchi di attraversarla. L’artista riporta in particolare un evento drammatico: alcune persone vengono colpite a morte dai militari poiché tentano di raggiungere i propri familiari sull’altra sponda, che invano gli gridano di fermarsi.

Questo è solo uno tra i tanti esempi drammatici di conflitto in corso, testimoniati dagli artisti in mostra.

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Teresa Margolles ha trasportato i blocchi di muro di cemento che si trova davanti a una scuola di Juárez (Messico). Il muro è sormontato da filo spinato e crivellato da buchi di pallottole dovute a un regolamento di conti ai danni di quattro persone coinvolte nel crimine organizzato. Juárez è una delle città con più alto tasso di omicidi del Messico e il muro rappresenta un memoriale delle vittime di narcoviolenza.

 

Le catastrofi ambientali

È emersa in maniera rilevante la preoccupazione per il nostro pianeta. L’accelerazione dei cambiamenti climatici angoscia tutti e, in quasi tutti i padiglioni, c’è almeno un artista che ci racconta di uno dei suoi effetti drammatici: dal ritiro della barriera corallina, all’inquinamento dell’acqua, all’estinzione di diverse specie animali.

Percorrendo la biennale troviamo spesso ricostruzioni paesaggistiche completamente realizzate in plastica, rifiuti o materiali sintetici, che mantengono solo un lontano ricordo della vegetazione e dell’ambiente naturale.

Jimmie Durham - biennale 2019

Jimmi Durham dedica le sue sculture ai grandi mammiferi europei in via d’estinzione. Ogni scultura è realizzata con materiale di scarto: oggetti rifiutati come le vite di questi animali minacciati dai cambiamenti climatici e ambientali causati dall’uomo.

 

Criticità nei paesi in via di sviluppo

I paesi in via di sviluppo hanno espresso apertamente la loro situazione di disagio sociale. Gli artisti dei padiglioni del Perù, Kosovo, Turchia, SudAfrica e molti altri, hanno utilizzato le loro opere per veicolare le circostanze inquietanti in cui vessano i loro popoli.

 

Porto un esempio per tutti. Un fatto significativo e lieto: per la prima volta il Ghana ha partecipato alla biennale di Venezia, organizzando un suo padiglione nazionale. Il padiglione è stato chiamato dalla curatrice Nana Oforiatta Ayim “Ghana Freedom” acquisendo immediatamente un importante taglio politico. Infatti, il titolo è lo stesso della canzone di E.T. Mensah, simbolo dell’indipendenza del Paese africano avvenuta nel 1957.

Gli artisti presenti in mostra rappresentano differenti generazioni e fasi storiche del Paese ma esprimono sempre, attraverso le loro opere, emozioni e sentimenti accomunati dal grande tema del colonialismo e della diaspora.

John Akomfrah - biennale 2019

L’installazione video immersiva  “Four Nocturnes” di John Akomfrah (Padiglione Ghana) racconta il rapporto tra l’uomo e la natura in una zona arida e devastata. Grazie alle immagini molto dirette, si percepisce cosa significa trovarsi all’interno di una tempesta di sabbia e perdere tutto ciò che si possiede.

 

Il crollo del sogno americano

Poi c’è il crollo delle illusioni. Le promesse di benessere e felicità del mondo consumista che si sfaldano, si sbriciolano, lasciando solo ansia e disturbi mentali. C’è chi descrive la nostra sessualità come un’enorme perversione, ormai inscindibile dalla pornografia. C’è chi costruisce le gabbie senza uscita per i consumisti compulsivi, gli spendaccioni, quelli che non sanno più produrre ma solo acquistare: insomma noi.

Oppure c’è chi racconta del mondo pubblicitario, non più all’altezza di mantenere le sue promesse, che lentamente crolla su sé stesso.

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Nabuqi nell’opera “Destination” presenta un enorme cartellone pubblicitario che illustra una vacanza con un’immagine perfetta, uscita da Photoshop, rovesciato e illuminato da riflettori. È bucato da una pianta di plastica finta testimonia l’immaginario fittizio che compone i sogni dell’uomo contemporaneo, destinati a essere disillusi.  

 

Previsioni e presagi sul futuro

Le preoccupazioni ambientali e sociali hanno fatto scaturire terribili distopie future. Gli artisti hanno immaginato la vita dell’uomo dopo enormi black out energetici, hanno inscenato suicidi di massa e hanno costruito torri per inviare segnali luminosi da utilizzare dopo il cataclisma climatico che travolgerà la Terra.

May You Live In Interesting Times BIENNALE ARTE 2019 VENEZIA

“Eskalation” di Alexandra Bircken è l’installazione di 40 figure che pendono dalle scale e dal soffitto. Si tratta di una visione distopica di come potrebbe apparire la fine dell’umanità. Foto di geigerwe.

 

 

La voglia di evadere

Di fronte alla percezione di un mondo crudele, ingiusto e insensibile, c’è anche chi tenta di fuggire. Si può scappare in diversi modi: attraverso visori di realtà aumentata che ci conducono in mondi virtuali, oppure costruendo ambienti di fantasia in cui immergersi e nascondersi.

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Mark Justiniani ci permette di camminare sul vuoto. Attraverso un complesso sistema di specchi (in cui non possiamo rifletterci), abbiamo l’impressione di camminare su un’architettura spaziale infinitamente profonda, ispirata al programma spaziale Apollo che portò per la prima volta l’uomo sulla Luna.

 

Il rifiuto della realtà

Girando per la biennale troviamo alcuni luoghi completamente immaginari e slegati dalla realtà. Sono messi a punto per pensare a un mondo altro, lontano dalle problematiche quotidiane e la nostra attualità.

May You Live In Interesting Times BIENNALE ARTE 2019 VENEZIA

Anicka Yi ha realizzato “Biologizing the machine (tentacular trouble)” un paesaggio alieno in cui rifugiarsi, appartenente a un mondo fantastico. Foto di geigerwe.

 

Ritorno ad antiche favole e tradizioni

Emergono personaggi dalle fiabe e da antichi rituali. Infatti, i medium utilizzati in questa biennale, spesso hanno ripreso e conservato la memoria delle attività tradizionali delle singole nazioni, invocando epoche passate. Anche il padiglione del Libano, vincitore del Leone d’oro come miglior partecipazione nazionale, gioca sull’evocazione dei canti tradizionali lituani, mischiando presente, passato e futuro.

Molti altri lavori ripescano nel passato, riportandolo alla luce immaginari fantasiosi che ci portano indietro nel tempo.

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Cameron Jamie in “Smiling Disease” s’ispira al Perchten, personaggio della tradizione folkloristica austriaca simile al Krampus. Sotto Natale, in un paesino rurale dell’Austria, uomini travestiti da bestie dotate di corna si aggiravano per le strade, di notte, in cerca di bambini e giovani donne che si fossero comportati male.

 

L’evasione virtuale

Sono tanti gli artisti che scelgono una realtà virtuale, in particolare quelli appartenenti alla corrente della post internet art. Con Jon Rafman, Ed Atkins, Antoine Catala e Ian Cheg l’evasione è assicurata (anche se non sempre è diretta verso qualcosa di piacevole).

Dominique Gonzalez-Foerster con la sua opera Endodrome ci permette addirittura di evadere dal pianeta terra indossando un visore 3D, nell’intento di aprire nuove dimensioni temporali, spaziali e mentali.

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Ian Cheg usa tecniche di programmazione informatica per creare ecosistemi virtuali, liberi di evolvere senza controllo dell’autore, né fine.

 

La distruzione degli stereotipi

La volontà di liberarsi dagli stereotipi ha suscitato voglia di fuggirne via, liberando l’immaginazione. Scappare il più lontano possibile, in luoghi in cui il corpo umano non assomiglia più a se stesso e il concetto di bellezza diventa qualcosa di labile e molto personale. In alcuni casi l’evasione diventa erotica, offrendoci una visione alternativa di estetica, legata anche all’accettazione della diversità e della disabilità.

Tra le varie autrici in questione, ricordo Mary Katayama, artista disabile parzialmente priva degli arti inferiori, che crea set fotografici in cui si auto ritrae come un’entità sempre diversa, giocando con la sua malformazione.

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Renate Bertlmann in “Discordo ergo sum” crea un immaginario per di opposizione e liberazione. Rovescia i modelli e i ruoli legati ai generi sessuali dando sfogo agli impulsi erotici e rivoltosi. 

 

E se evasione deve essere, evasione sia. Tra i vari padiglioni nazionali si trova anche quello di “Neverland”, l’Isola che non c’è : l’unico luogo in cui, con i tempi che corrono, vorremmo tutti abitare.

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Halil Altindere ha costruito la facciata di un nuovo padiglione nazionale: Neverland. L’opera è dedicata a tutti gli artisti esclusi, rifugiati e a tutti coloro la cui condizione non permette di rientrare nel classico schema delle partecipazioni nazionali.

 


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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.
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    Anno di pubblicazione / 1989

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