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NET.ART E HACKER ART: SOGNI E LOTTE DELLA RETE

Come distinguerle velocemente

Chiara Righi1 Maggio 2020

La Net.art nasce da un sogno collettivista, dall’idea che la tecnologia possa essere uno strumento di liberazione dell’individuo. La Hacker art è stata il suo braccio, l’azione concreta di sabotaggio ai danni di un sistema autoritario.

Devi conoscere queste due forme d’arte sommerse nel web per capire l’utopia di una generazione e le sue lotte.

20 years of My Boyfriend Came Back From The War by Olia Lialina

Olia Lialina, “My Boyfriend Came Back From The War”, 1996. Opera di Net.art in cui il linguaggio HTML viene usato per costruire una storia in modo cinematografico. I frammenti di dialogo lasciano emergere la difficoltà degli amanti nel comunicare dopo i traumi causati dal conflitto militare. 

Oggi si sa, bene o male, chi ha il monopolio della Rete. Sappiamo che rimanere collegati ha tanti vantaggi ma anche cosa stiamo barattando per questa comodità. Chi controlla il nostro alter ego virtuale conosce tutto di noi: il nostro lavoro, i nostri film preferiti, il nostro orientamento sessuale, cosa guardiamo quando siamo giù di morale, come soddisfiamo i nostri bisogni intimi, chi sono i nostri parenti, i nomi dei nostri amici più stretti e di quelli che frequentiamo solo raramente.

Neanche nostra madre ci conosce così bene e, mi viene da dire, per fortuna. Penso a tutte le volte che mi ha chiesto “Dove sei stata ieri sera?? ” Se solo fossi il mio telefono mamma, lo sapresti meglio di me. Lì dentro c’è un comodissimo Gps che manda un segnale di geolocalizzazione in qualsiasi momento della mia vita. Conosce tutte le strade che ho percorso e, volendo, calcola anche quanti passi faccio in un giorno.

 

Ma c’è stato un tempo in cui la Rete non era questo.

Era ancora qualcosa di rudimentale, in via di sperimentazione, che stuzzicava la fantasia dei primi internauti amanti del codice. La utilizzavano in pochi: non tutti potevano permettersi un computer e in pochi avevano la capacità di usarlo, con quei sistemi operativi composti solo da righe di testo senza neanche il piacere di un’icona. Quello, è stato il tempo della Net.art.

Erano gli anni ’90 e lo spazio online veniva concepito come un luogo di nessuno, aperto e libero. Prima che le multinazionali riuscissero ad accentrare e controllare completamente questo territorio, la Rete dava l’impressione di essere un’infrastruttura decentralizzata e democratica.

È da qui che è scaturita l’utopia della Net.art: finalmente era nato un nuovo spazio autonomo, fuori dal controllo, in cui creare una comunità composta da persone libere.

Non è una forma d’arte estetica: è il tentativo di costruire una nuova umanità insieme, generata dall’incontro di persone fisicamente lontanissime ma con la voglia di collaborare nella costruzione di un unico progetto.

Vuk Cosic - ascii-unreal-1999

Vuk Ćosić, “Unreal”, 1999. Grazie ai caratteri ASCII, l’artista crea immagini anche in movimento, riproducendo addirittura interi film.

La Net.art nasce ed è fruibile solo sulla Rete. È il primo caso nella storia dell’arte in cui mezzo di produzione e il mezzo di distribuzione coincidono. Gli artisti non ritengono di avere bisogno di gallerie d’arte con pretese commerciali, galleristi che pensano al fatturato e mostre piene di visitatori passivi e imbambolati. La loro è una forma d’arte disinteressata che vuole sperimentare le dinamiche sociali che si stanno creando grazie alla tecnologia, in cui non esiste censura ed è possibile veicolare qualsiasi tipo di messaggio.

Dunque, le gallerie e i musei a questi artisti non servono più: programmano e si coalizzano su siti espositivi virtuali come Adaweb, Ljudmila.org, Rhizome, Irational.org, turbo lance e D-i-n-a.net[1].

 

La Net.art non è una forma espressiva oggettuale ma processuale. Infatti, è creata da individui indipendenti che cercano d’innescare un processo di liberazione collettiva. Nasce senza nome, come una forma artistica di tutti e di nessuno: le immagini sono frutto di una performance collettiva a cui chiunque può partecipare.

L’opera è concepita come un organismo vivente in continua evoluzione: può essere modificata da persone, alterata da fattori casuali, duplicata, moltiplicata e delocalizzata. È quindi prodotta da una comunità che si contrappone alla figura individuale dell’artista. Infatti, spesso gli artisti non si dichiarano tali: oggi consideriamo autori coloro che hanno progettato e avviato gli eventi comunicativi che gli altri utenti hanno poi modificato.

Possiamo quindi dire che l’opera Net.art è l’espressione più azzeccata di “opera aperta[2]”, in cui la differenza tra autore e fruitore è stata abbattuta.

opus-raqs-media-collective

Opus, piattaforma realizzata da  Raqs Media Collective, 2002. È un sito basato sull’etica Open Source, in cui autori e internauti possono scambiare il proprio lavoro, scaricare quello degli altri e modificarlo. Ogni modifica fa crescere il singolo progetto, che può essere visivo, sonoro, testo, video, codice di programmazione o qualunque altra cosa.

Il termine “Net.art” ha un’origine incerta e leggendaria: pare che nel dicembre del 1995 Vuk Ćosić, artista sloveno pioniere del movimento, abbia ricevuto un’e-mail anonima cifrata, illeggibile dal suo dispositivo. L’unica parte relativamente comprensibile era questa:
[…] J8~g#|\;Net. Art{-^s1 […]

 

Il movimento prenderebbe quindi un nome coniato dalla Rete stessa, da un errore di lettura della macchina!

 

Possiamo considerare Vuk Ćosić e tutti gli altri autori della Net.art, programmatori appassionati d’arte. I linguaggi che utilizzano principalmente sono il codice di decodifica ASCII, i codici di programmazione HTML e Java Script.

Molti di loro appartengono, per lo meno moralmente, al mondo underground degli hacker. Nelle loro mani la Rete rappresenta la possibilità di uscire, attraverso la pirateria informatica, dal monopolio delle informazioni e dalla capitalizzazione dei beni di consumo, arrivando alla collettivizzazione dei beni e del sapere (approfondisci etica hacker all’articolo “Hacker ed etica Cyberpunk”).

Heath Bunting

Heath Bunting,  “King’s Crosse Phone-in”, 1994. L’artista invia questo messaggio e-mail contenente il numero telefonico di 36 cabine telefoniche della stazione di King’s Cross (Londra) a indirizzi di tutto il mondo. Invita i destinatari a telefonare a questi numeri alle 6 del 5 agosto, orario in cui tutte le cabine della stazione iniziarono a squillare e i passanti che risposero incuriositi si ritrovarono a intrattenere conversazioni con sconosciuti provenienti da ogni angolo della Terra. 

La comunità dei net.artist si aggrega seguendo la dinamica di una controcultura urbana. Sono un gruppo coeso, continuamente in collegamento nell’intento di rubarsi e si scambiarsi pezzi di codice, trucchi e stratagemmi.

 

Creano opere sperimentali, libere e ribelli, che contestano apertamente la mercificazione delle arti, la censura della libera espressione e l’individualismo.

Ci basti pensare che, nel 1997, Vuk Ćosić copiò e rubò l’intero sito della decima manifestazione di Documenta, mettendo a disposizione l’evento sul proprio server, poiché Documenta X aveva fatto l’errore di ghettizzare la Net.art ed esporla offline, rendendola un oggetto mercificabile[3]. Questi artisti sono, infatti, contrari all’establishment del mondo dell’arte e a quelli che chiamano i vecchi media (per esempio stampa e televisione), che non si relazionano con l’analisi dei nuovi strumenti e delle dinamiche di relazione collaborative indagate dagli artisti.

Guarda a caso, una branca della Net.art inizia a politicizzarsi sempre di più, abbracciando la controcultura cyberpunk e dando originane alla forma d’arte più agguerrita e determinata di sempre: l’Hacker Art.

 

 

 

HACKER ART

L’Hacker Art (spesso definita semplicemente “hacktivism”) è l’anima più combattiva e politicizzata della Net.art. Il termine “hacker art” è stato coniato da Tommaso Tozzi nel 1989 e, come la Net.art, è da contestualizzare principalmente negli anni ‘90.

Praticata da artisti hacker attivisti, gli autori si prestano a compiere azioni mirate di stampo politico, ai danni di multinazionali poco etiche e istituzioni autoritarie. Più che una forma artistica con finalità estetiche, ha tutta l’aria di essere una forma di azionismo della Rete finalizzato a risvegliare il senso critico ed etico degli internauti.

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Tommaso Tozzi

L’intenzione degli artisti è di scatenare una guerriglia mediatica, predisponendo strategie comuni di difesa e attacco contro i monopoli economici e politici[4]. Anche in questo caso la collettività può contribuire alle azioni, grazie a un sistema aperto e anonimo.

L’Hacker Art non produce oggetti vendibili ma spazi di vita che favoriscono la cooperazione, come il tentativo di un gruppo di autonomi nell’occupare una piattaforma non ancora reclamata. Ma soprattutto è uno strumento di rivendicazione sociale e lotta mediatica.

Tommaso Tozzi 1990

Tommaso Tozzi, 1990

 

Una delle loro pratiche più comuni è quella della Cybersquatting che consiste nel riprodurre interamente l’interfaccia grafica del sito aziendale preso di mira, modificandone però i contenuti.

A questo proposito è esemplare l’esempio della collaborazione tra il gruppo di performer Yesmen e il gruppo di hacker ®tmark. Il gruppo di hacker ha riproposto la grafica del sito del General Agreement on Tariffs and Trade (Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio) comprando un dominio molto simile, facile da fraintendere per gli utenti. I documenti pubblicati internamente però erano tutte dichiarazioni di fedeltà allo schiavismo e al liberismo che spiegavano le strategie di mantenimento del disequilibrio economico dei paesi emergenti, le pratiche inammissibili di sfruttamento delle risorse naturali e dei lavoratori.

Molte compagnie e governi confusero il sito fake per quello originale e inviarono al gruppo hacker inviti a convegni e interventi pubblici. A questi appuntamenti si presentarono i performer dello Yesman che parteciparono alle riunioni con azioni deliranti, presentando tute per il cyber controllo degli operai e proponendo lo scioglimento dell’organizzazione mondiale del commercio[5].

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Eva e Franco Mattes realizzano “Vaticano.org,” ovvero una copia fake del sito della Santa Sede. La grafica era identica e confondibile ma i contenuti interni erano storpiati e comprendevano informazioni turistiche sbagliate, affermazioni insensate o a sproposito.

Gli autori portano avanti un’etica di disubbidienza civile militante e una retorica cyberpunk. Nel mondo reale sono vicini ai centri sociali anarchici e, molto spesso, fanno parte di collettivi autogestiti.

Solitamente si muovono in gruppo e restano singolarmente anonimi. Quando non lo sono essi stessi, trovato il supporto della scena hacker, tra cui è doveroso ricordare il gruppo ®tmark che ha sempre supportato la scena più artistica.

 

Insomma, nell’Hacker Art l’estetica non c’entra più niente. Gli autori sono definiti “artisti” perché usano gli strumenti che arrivano da quella sfera culturale: la grafica, la performance, gli elaborati visivi e scritti. Le finalità però sono ben lontane da quelle di voler far carriera nel mondo delle arti visive: è una controcultura segreta e sotterranea che lotta per il cambiamento sociale, sabotando gli ingranaggi del sistema.

 

 

 

 

Gli autori più noti della Net.art sono: Jodi, Vuk Ćosić, Heath Bunting, Alexei Shulgin e Pit Schultz, Olia Lialina, Martin Neddam, Mark Napier, il gruppo epidemiC, Eva e Franco Mattes.

 

Gli autori più noti della Hacker art: 01.org, gli Etoy, i Tactical Media Crew (TCM), i Critical Art Ensemble, il gruppo AHA (Activism-Hacking-Artivism), gli Yesmen, Tommaso Tozzi, Giacomo Verde.

 

 

 

Psssssssssss!!

La storia della Net.art non finisce qui! Dopo gli anni ’90 continua a svilupparsi fino a diventare una nuova forma espressiva, che oggi chiamiamo Post Internet Art. Questa, nasce dalla presa di coscienza, da parte degli artisti, di quanto fosse sbagliato e ingenuo concepire internet come uno spazio libero e fuori dal controllo (tipica della Net.art). Approfondisci all’articolo “Post Internet Art”.

etoy.2010-etoy-shared-history

Gli Etoy sono un gruppo di artisti (Hacker art) che per anni si sono finti una corporation, utilizzando le tecniche di marketing a fini artistici, mostrando agli utenti quanto la tecnologia sia in grado di controllare i loro dati, manipolare le loro azioni, mostrandone le potenzialità.

 

[1] Cit. Diego Mometti, “Arte contemporanea- le ricerche internazionali dalla fine degli anni 50 a oggi” di Francesco Poli, ed. Electra, ristampa 2013, Milano, pag. 361

[2] “Opera aperta” è una definizione coniata da Umberto Eco nel suo ononimo libro “Opera Aperta”, del 1962.

[3] Il sito clone di Documenta X venne tenuto aperto nonostante la chiusura di quello ufficiale.

[4] Cit. Diego Mometti, “Arte contemporanea- le ricerche internazionali dalla fine degli anni 50 a oggi” di Francesco Poli, ed. Electra, ristampa 2013, Milano, pag. 359

[5] Cit. Diego Mometti, “Arte contemporanea- le ricerche internazionali dalla fine degli anni 50 a oggi” di Francesco Poli, ed. Electra, ristampa 2013, Milano, pag. 360

 

Per conoscere altre opere della Net.art consiglio l’articolo di Dario Quaranta all’ indirizzo: https://www.darioquaranta.com/opere-net-art-new-media-art/

Oppure visita il sito https://netartonline.wordpress.com/category/articoli/artisti/


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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.
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