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È GIUSTO CENSURARE ALCUNI PADIGLIONI? IL NOSTRO PUNTO DI VISTA

Biennale d'arte 2026

Chiara Righi11 Maggio 2026

‘Censura’ è la parola che circonda la Biennale di Venezia in questi giorni. Il Padiglione Russia è stato chiuso, i manifestati chiedono la chiusura anche di quello di Israele. In redazione ci siamo confrontati su ciò che sta succedendo e, io e Catalina T. Salvi (inviata a Venezia in questi giorni di tensione), abbiamo pensato di far emergere il nostro pensiero.

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Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, ha fatto un discorso coraggioso. La sua idea di Biennale è quella di uno spazio di dialogo e confronto pacifico, anche in un mondo in guerra. Le sue parole descrivono l’arte come luogo senza confini e Venezia come una terra d’incontro multietnico senza armi (salvo poi che la polizia possa alzare i manganelli sui manifestanti, com’è successo venerdì scorso).

Il principio che Buttafuoco rivendica è chiaro: in campo artistico non dovrebbero esistere censure. Per questo motivo nessun Padiglione Nazionale dovrebbe essere chiuso, neppure quello della Russia.

 

A livello teorico è un punto di vista colto, romantico e pienamente condivisibile. Entra però in crisi nel momento in cui si scontra con la struttura reale della Biennale.

I Padiglioni Nazionali non sono enti liberi e indipendenti dalle pressioni politiche: i poteri governativi hanno un forte ruolo all’interno di ogni padiglione della Biennale e sono loro stessi ad attuare la censura. Infatti, i curatori chiamati a organizzare le mostre all’interno dei Padiglioni sono nominati dal Ministro della Cultura di ciascun Paese, che può impedire la realizzazione di un progetto non gradito a chi tiene le redini del potere esecutivo. La Biennale difende la libertà artistica, ma i suoi padiglioni dipendono da strutture governative che quella libertà possono limitarla, orientarla o censurarla apertamente.

È successo proprio quest’anno all’artista del Padiglione Sudafrica, censurata dal suo stesso governo. Nonostante questo scandalo sia passato un po’ in sordina e sia stato per lo più ignorato dall’opinione pubblica, riteniamo che sia stato uno dei fatti più gravi successi durante l’organizzazione di questa Biennale: l’artista Gabrielle Goliath ha preparato l’opera Elegy, che affrontava il tema del genocidio di Gaza, rendendo omaggio alla poetessa palestinese Hiba Abu Nada, uccisa in un attacco aereo israeliano nel 2023. Un progetto che il ministro della Cultura sudafricano, Gayton McKenzie, ha ritenuto inappropriato, divisivo e rischioso, in quanto avrebbe potuto compromettere il rapporto nazionale con lo Stato di Israele.

Ha deciso quindi di annullare la partecipazione dell’artista alla Biennale: per questo motivo, quest’anno troviamo il Padiglione Sudafrica chiuso. Si è autocensurato. L’artista ha fatto anche ricorso alla Fondazione Biennale di Venezia, che però non è stato accolto. Il progetto ha trovato poi accoglienza presso un ente esterno al circuito ufficiale della Biennale e sarà visibile per tre mesi, come progetto indipendente, presso la Chiesa di Sant’Antonin, nel sestiere di Castello.

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Gabrielle Goliath, “Elegy”, 2026. 

 

 

Questo episodio lascia emergere quanto la Fondazione Biennale di Venezia sia vincolata alla volontà dei governi nazionali da cui gli artisti provengono, finché questi mantengono il controllo sui Padiglioni Nazionali. Il pubblico ne è ormai conscio, ed è questo il motivo per cui ci sono manifestazioni davanti ai Padiglioni degli Stati che commettono crimini contro l’umanità. I manifestanti chiedono la loro chiusura perché queste esposizioni non vengono interpretate come libere espressioni artistiche di un popolo o di un singolo individuo, quanto invece come manifestazioni culturali, quasi immagini promozionali, di un governo. Per questo motivo troviamo le Pussy Riot e le Femen russe, che manifestano contro al padiglione della Russia stessa.

 

Ciò che emerge con chiarezza è la necessità di superare il sistema dei Padiglioni Nazionali legati ai poteri governativi. Ovviamente, in tempi di pace il potere non si manifesta in maniera palese; può apparire poco visibile, nonostante sia risaputo che tanti governi, come quello cinese, ostacolino regolarmente la libertà d’espressione dei propri artisti. Se però nel mondo soffiano venti di guerra e tensioni internazionali, la censura si palesa in maniera ingombrante. Tutti i governi sentono la necessità di limitare la libertà d’espressione per non pestare i piedi a chi non bisogna contrariare. La comunicazione va rettificata, manipolata e, se necessario, zittita.

Non a caso, oltre alla censura emergono anche scelte poco coraggiose da parte di moltissimi Padiglioni Nazionali, come quelli degli Stati Uniti o di Israele, dai quali ci si poteva aspettare uno sguardo sull’attualità e che invece propongono opere deboli e innocue, incapaci di instaurare un ponte per il dialogo con il resto del mondo.

Per quanto sia una questione strutturalmente complicata da modificare, visto che tanti dei padiglioni sono stati costruiti e appartengono agli Stati stessi, finché la rappresentanza artistica resterà subordinata ai governi, la Biennale non potrà rappresentare uno spazio libero e universale. Invece che al Ministro della Cultura, la scelta della curatela e del progetto artistico dovrebbe spettare ad un ente libero in ogni Paese, scollegato dal mondo politico e lontano da ministri di ogni sorta, che possa promuovere una ricerca intellettuale profonda, disinteressata e coraggiosa.

 

Questa contraddizione interna dei Padiglioni Nazionali, mina la visione ideale dipinta da Buttafuoco, presidente che ha avuto il merito di sollevare il problema della chiusura del Padiglione Russia. Infatti, se la Biennale deve fungere da ente morale che giudica chi può tenere aperto o chiuso un padiglione a seconda dei crimini commessi dai singoli Paesi, allora tutti devono essere giudicati secondo gli stessi parametri. Appare insopportabile pensare che la Russia debba chiudere, mentre Israele e gli Stati Uniti possano esporre indisturbati. Stiamo ammettendo apertamente che esistano morti di serie A e morti di serie B. I crimini di guerra sono forse più gravi a seconda di chi li commette?

Emerge poi un’altra questione importante: Russia, Ucraina, Israele, Libano e Stati Uniti sono attualmente al centro delle guerre più mainstream, sono quelle più chiacchierate, ma attualmente ci sono 32 guerre attive nel mondo. I Paesi coinvolti nei conflitti che non interessano ai mass media occidentali sono liberi dal nostro giudizio?

E quelli che non sono in guerra ma commettono regolarmente crimini contro i diritti inalienabili dell’uomo?

Tra le varie nazioni che espongono c’è chi adotta la pena di morte, chi pratica l’infibulazione, chi ammette la tortura, chi ha centri di detenzione per migranti definiti “lager” dall’Onu. Di questi diritti violati la Biennale dovrebbe occuparsi oppure no?

 

Torna il problema che, invece di giudicare l’arte, stiamo giudicando le politiche esecutive dei singoli Paesi, a causa della intromissione governativa all’interno dei padiglioni. È per questo che appare inaccettabile che la Biennale attui due pesi e due misure, che riflettono semplicemente i legami internazionali che il governo italiano e l’UE devono mantenere con gli Stati esteri. La Russia va punita a causa delle pressioni del governo e dell’Europa, ma nessuno può giudicare le minacce, le dichiarazioni razziste e gli atti folli del presidente degli Stati Uniti e del governo israeliano, perché con loro dobbiamo mantenere dei rapporti diplomatici.

Insomma, più che una manifestazione artistica, la Biennale si presenta come un riflesso dei rapporti geopolitici tra l’Europa e il resto del mondo.

Con qualcuno si può avere un dialogo e con altri no.

Qualche artista può esprimersi in libertà, qualcun altro meno.

Resta un interessante tour sociologico, un bagno d’attualità. Una passeggiata suggestiva tra le contraddizioni e le inquietudini del presente.

 

 

 

 

 

 

 

Decode è una testata indipendente, che ritiene che la cultura debba rimanere accessibile a tutti. Per questo, anche in occasione di questa Biennale, stiamo raccogliendo le mostre gratuite più interessanti, a cui tutti possono accedere. Le trovi all’articolo: le mostre di Venezia 2026: cosa vedere gratuitamente.

Abbiamo anche preparato una Mappa della Biennale di Venezia 2026, che geolocalizza tutti i Padiglioni Nazionali e gli eventi collaterali della 61° Biennale d’arte di Venezia. Ti faciliterà il compito di trovare tutti questi eventi.

 

Se vuoi conoscere alcuni artisti cinesi che, nel corso della carriera artistica hanno subito la censura dal loro governo, vai all’articolo 15 artisti cinesi che devi conoscere, se invece sei curioso di capire meglio il sistema dell’arte cinese, vai all’articolo Arte cinese: il fake più sincero che c’è. Se invece vuoi approfondire la storia di un artista dissidente cinese, vai invece all’articolo Ai Weiwei, artista autiautoritario.

 

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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.
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