Julia Landrichter è un’artista austriaca e docente all’Accademia di Belle Arti di Venezia, abituata a un contatto viscerale con la natura. La sua contemplazione la porta a scendere così in profondità da adottare uno sguardo scientifico, in grado di scavare oltre gli strati della materia, tra le strutture che compongono il mondo biologico.
La sua ricerca è un vero e proprio ponte tra arte e scienza, in cui l’indagine porta allo stupore e alla meraviglia. Questo approccio caratterizza sia le sue opere d’arte sia l’attività di docente, contaminando anche i suoi progetti paralleli di curatela e organizzazione di mostre.
Con la collaborazione fondamentale di Catalina T. Salvi, abbiamo raccolto le sue parole, testimonianza della profonda consapevolezza che attraversa la sua ricerca artistica.
Julia Landrichter, “Pneuma”, Stampe fotografiche su carta Fujifilm Crystal Archive DPII su Vetro acrilico lucido. 20×31,5×2,5 cm. 2022.
La tua vita è profondamente legata all’arte, sia come artista che come docente. Che cos’è per te l’arte?
Credo che sia un’attività che permette di riflettere, di sentirci e di sentire il tutto. Fare arte ci permette di cercare, d’indagare, quasi con un’intelligenza superiore. Infatti, quando creiamo non siamo completamente consapevoli di ciò che stiamo veramente facendo e di quello che troveremo. L’arte permette in qualche maniera di dare spazio all’ intuito e ad un sentire ulteriore; ci dà la possibilità di sentirci più connessi, di esprimere le emozioni e poter riflettere su concetti più articolati.
Come ti sei avvicinata all’arte?
Io sono cresciuta in una maniera molto particolare: sono viennese, però provengo da una famiglia di cacciatori. Sono cresciuta tra la città di Vienna e la campagna più ancestrale, trascorrendo i weekend in una vallata molto arcaica. Lì mi è stata insegnata la contemplazione della natura: la caccia non significa sparare, ma stare nella natura e prendersi cura di essa, sia della fauna (come piano di contenimento), sia della flora.
Grazie ai miei genitori, ho iniziato a vivere la natura come un luogo di ritiro, di pulizia, di connessione, di silenzio, e questo è stato importantissimo proprio per riuscire a trovare un legame profondo con il tutto. Mi hanno insegnato fin da piccola a contemplare il creato che ci circonda.
È una cosa particolare che una bambina impari a stare ferma per ore, senza fiatare. È un’esperienza che mi ha insegnato tantissimo. Ho imparato a osservare scendendo fino a ogni piccolo particolare, fino a sentire la materia, a toccarla. Questa osservazione mi ha aiutato moltissimo nel percorso artistico, perché ho imparato a vedere in profondità, e saper vedere è la prima cosa che serve per produrre un’opera figurativa.
Nell’esperienza della caccia vivevo sempre il confronto con la vita e la morte: eravamo noi a decidere il destino di un altro essere vivente, quindi era una responsabilità molto grande, che per me, data la mia età, è arrivata come una consapevolezza prematura.
Poi la preda, dopo essere stata abbattuta, andava scuoiata: lì, già da bambina, mi sono comportata un po’ da scienziata. Avevo questa incredibile curiosità di esplorare mondi, universi e strutture che solitamente rimangono occultate agli occhi. Non a caso, successivamente ho studiato per alcuni anni medicina, seguendo proprio il corso di sezione anatomica del corpo umano e approfondendo la mia conoscenza dei tessuti del corpo.
Tutto questo vedere, tutto questo toccare, sono poi diventati i punti cardine del mio lavoro artistico: un lavoro che è logicamente condizionato dal mio vissuto, che non è stato rettilineo, ma molto articolato, pieno d’interessi e curiosità. Nei miei lavori si riflette proprio questo percorso complesso e ricco di stimoli.
Julia Landrichter, “Cuore Anatomico”, acquerello e cera su carta d’acquerello (grana fine 300g). 20×20 cm. 2022
Sembra che nella tua arte ci sia una stretta relazione con lo sguardo scientifico. Per come la vivi tu, c’è una relazione tra arte e scienza o sono due discipline molto lontane?
Sono due discipline accomunate da una ricerca e dalla richiesta di un esito finale. Chiaramente, riponiamo aspettative diverse nell’arte e nella scienza: da uno studio scientifico viene richiesto un risultato molto diverso da quello che si chiede a un artista. Eppure, anche a noi è richiesto un esito del nostro lavoro. Credo che ogni artista, nella sua ricerca, si auguri di raggiungere una soluzione ai suoi turbamenti. Come la cultura scientifica può trovare una risposta per alleviare le sofferenze della psiche umana, anche un’opera può contenere una soluzione e proporla. Il lavoro di un artista, come quello dello scienziato, è proprio quello di porsi delle domande. Qualche risposta la raggiunge, valida almeno per se stesso, e può servire anche agli altri. A mio avviso, l’artista oggi non può essere solo una figura romantica e smarrita: non se lo può permettere. Se segui soltanto un’indole giornaliera, finisci per realizzare lavori che si esauriscono subito e corri il rischio di continuare a ripeterti. La vera differenza tra chi ha fatto un dipinto e chi è artista sta nel fatto che, nel lavoro di un artista, c’è alla base una vera ricerca.
Noto che nei tuoi lavori c’è un continuo stratificarsi della materia, non è semplice pittura, ma è proprio un susseguirsi di materiali anche diversi. Da cosa deriva questa stratificazione?
La matericità per me è fondamentale, perché sono una persona molto legata al tatto: io e i miei fratelli abbiamo imparato a costruire con le mani, a usarle in tutti i modi. Quindi anche quella contemplazione di cui parlavo prima, quell’incontrare la materia, non avviene solo attraverso gli occhi, perché la vista non può assorbire tutte le informazioni relative a ciò che abbiamo davanti.
Attraverso le mani riesco ad acquisire altri dati sulla materia: solo unendo il vissuto delle mani e quello degli occhi posso vivere un’esperienza completa della materia e riesco poi a riproporla in pittura. Grazie al tatto so se il materiale è poroso, scivoloso, caldo, freddo, che consistenza ha. Sono dati molto importanti.
Tutte le opere nascono da una visione, cioè l’idea e l’intuito insieme, ma poi ognuna di esse vive un percorso diverso. Ci sono opere che nascono in pochi giorni, altre che hanno bisogno di molto tempo per emergere, per cui è necessario fermarsi, riflettere, sbagliare. La stratificazione della materia nelle mie opere rende visibili le varie fasi e i momenti che ho vissuto durante la realizzazione. Per esempio, tra i miei ultimi lavori c’è una serie dedicata ai piccioni, in cui ho lavorato con resina epossidica, sagome e legno: è un aggiungere, un togliere, un prendere le misure, un voler riportare alla luce il legno di base. È sempre un viaggio in cui devo prendermi dei momenti di sosta, di contemplazione: ci sono salite e discese. La stratificazione della materia racconta anche questo percorso.
La stratificazione e i tempi di realizzazione dipendono anche dai processi chimici. Anche se non se ne parla troppo, in pittura la chimica è importantissima da considerare, per esempio quando si devono rispettare i tempi di essiccazione o si lavora con tecniche miste. È un elemento fondamentale perché l’opera possa durare nel tempo.
Lavori con molti materiali differenti: da cosa dipende la scelta?
La scelta del materiale è incredibilmente importante per ciò che vuoi narrare. Ogni materia ha una sua storia, una sua memoria. Pensiamo, per esempio, al bitume, con il quale ho lavorato spesso: è nato da fossili, deriva da esseri che una volta erano vivi. La sua forza è proprio
questa: avere una storia così lunga, la memoria di un’esperienza passata che riesce a trasferirsi nell’opera.
La scelta del materiale dipende anche dal tema dell’opera. Per esempio, nei miei disegni anatomici utilizzo la cera, che non è un materiale nuovo nello studio scientifico del corpo umano. La ceroplastica è proprio l’attività tradizionale legata alla scienza: era grazie ai modelli in cera che i medici studiavano i diversi strati del corpo umano, dalla pelle fino al sistema nervoso, ai tessuti, ai grassi muscolari, alle ossa, ai tendini. Quindi, la scelta di usare la cera nei disegni anatomici, alla fine, è un tornare a quella tradizione artistica, rievocare quel tipo di sguardo e di storia. Chiaramente, però, io non mi esprimo come un’illustratrice di un volume anatomico, ma in maniera più artistica e generosa.
A proposito di materiali, mi colpisce il fatto che hai realizzato un ciclo di lavori in cui la figura dell’animale diventa riflettente. Le immagini sembrano realizzate con degli specchi. Riflettono ciò che hanno di fronte, la luce così come il soggetto che le sta guardando. Come mai questa scelta?
La simbologia dello specchio nasce dall’opera che rappresenta il cervo: è nata da un’esperienza che ho vissuto con mio padre quando ero bambina, quando mi portò su in montagna durante la stagione dell’amore dei cervi. È stata un’esperienza potentissima, perché eravamo completamente soli in un bosco immenso, immersi in questo forte richiamo d’amore dei cervi. Ricordo che c’era questo cervo bellissimo, in amore, che si stava avvicinando sempre di più a noi e mio padre mimava il verso del cervo per poterlo attirare. Ricordo che sullo sfondo c’era un ponte, stava iniziando il crepuscolo ed era una scena di un romanticismo pazzesco: c’era la nebbia mattutina, l’aria fredda, il gioco di luci, il silenzio assoluto e questo animale maestoso che è apparso.
In quella serie di opere, l’idea è quella di trovare la sintesi delle connotazioni degli animali, degli avvenimenti, restituendo anche la temperatura dell’aria percepita.
Da questa esperienza potente nasce poi la riflessione sullo specchio. Dovete sapere che in Austria il periodo natalizio è molto sentito ed è un momento in cui il simbolo del cervo torna sempre fuori. In particolar modo ricompare come decorazione sui tavoli, in argento o in oro, con tanti brillantini.
Questo animale maestoso raffigura la nostra cultura, perché la cultura di un luogo parte sempre dall’habitat in cui si trova. Io, che sono veramente cresciuta nell’arcaismo più assoluto, che ho vissuto esperienze forti a contatto con gli animali, ho trovato strano ritrovare l’immagine maestosa del cervo riproposta in una chiave così artificiosa. Per questo ho chiamato questa serie anche Archaic Chic, perché gioca proprio su questo aspetto: riflette su ciò che, alla fine, è rimasto di tutta quella cultura a contatto con la natura, di tutto quel sapere e sentire. È una riflessione sulla società e sul suo rapporto con l’ambiente circostante, in cui l’animale spesso viene solo ridotto a simbolo.
Julia Landrichter, “Cervus elaphus”, serie “Archaic Chic”, tecnica mista su compensato marino. 150×200 cm, 2014.
Il rapporto con la natura è sicuramente al centro della tua ricerca artistica. Sei vissuta immersa in due nature diverse: quella dell’Austria e quella dell’Africa. Immagino che siano simili per alcuni aspetti ed estremamente differenti per altri. Ci hai raccontato di come la natura austriaca abbia formato il tuo sguardo, invece quella africana come ti ha influenzato?
Tutte e due queste nature, credo, mi abbiano sempre dato la materia per sopravvivere. Anche nei periodi più difficili, mi sono resa conto che passare due settimane in Sudafrica mi restituisse l’energia con cui potevo vivere praticamente tutto il resto dell’anno: là, la natura è diversa, la terra dell’Africa è diversa. Quando arrivi lì ti accorgi subito che c’è uno scorrere del tempo particolare, che ti confonde completamente, perché la velocità sembra non esistere più. In Africa la velocità appare come un incredibile spreco di energia, che cerchi di risparmiare.
Quando sei sul suolo africano, si ha l’impressione di avere una radice che parte dall’ombelico e arriva direttamente al centro del nostro pianeta. È una sensazione molto forte. L’Africa è talmente particolare, con le sue luci, i suoi tramonti, che per me è impossibile dipingere là. Non posso lavorarci perché la contemplazione si fa troppo intensa, il rispetto dinanzi al creato è così immenso che io, come artista, non saprei cos’altro aggiungere. Quindi stare lì mi manda terribilmente in crisi come artista, ma quando torno qui quell’energia diventa rivoluzione. Vivo tantissimo di quell’energia che ho immagazzinato, che continua a muoversi dentro di me.
Da nove anni ormai insegni all’Accademia di Belle Arti di Venezia. Com’è il tuo approccio alla docenza e all’insegnamento dell’arte?
Anche nell’insegnamento tendi ad avvicinare arte e scienza?
Ho iniziato a insegnare nel corso di Tecniche Extramediali all’Accademia di Belle Arti di Venezia, che è un corso stupendo perché le tecniche extramediali non esistono, quindi praticamente ti dà libertà assoluta di interpretazione.
Già dopo il primo anno di docenza, però, mi era quasi insopportabile vedere l’approccio alla pittura di paesaggio che avevano gli studenti. C’è tuttora una fitta ricerca artistica che riguarda la natura, un forte interesse verso quei luoghi che fanno sì che ci possiamo tranquillizzare, tornare in noi, non sentirci continuamente frammentati. Però ho constatato una forte superficialità nell’approccio a questo tema. Perciò sono andata a costruire un programma didattico che aiutasse ad avere un metodo di lavoro che non si esaurisce, che lascia sempre spazio all’interpretazione individuale, ma che porti la ricerca e il risultato finale a un livello superiore. D’altronde, è questo lo scopo dell’insegnamento!
Praticamente il programma è stato impostato in modo piuttosto generale e ho scelto l’argomento del suolo. Suolo come superficie che calpestiamo, che sia massacrato dall’asfalto o che sia il suolo del bosco: l’importante era dare rilevanza a quello su cui camminiamo tutti i santi giorni, perché spesso non gli prestiamo proprio nessuna attenzione. Da lì poi ho avuto questa meravigliosa collaborazione con la microbiologa Judith Ascher-Jenull, docente e ricercatrice della facoltà di Innsbruck in Austria, che mi ha appoggiato soprattutto per verificare le informazioni scientifiche sull’argomento. Pensate che ci ha svelato che in un cucchiaino di terra ci sono più microbi che abitanti sulla Terra!
Queste informazioni ci aiutano a entrare in un mondo di meraviglia, dove si inizia a zoomare, si va sempre dal macro al micro, come in un lavoro pittorico per cui, ogni tanto, dobbiamo indietreggiare per avere una visione d’insieme, per poi riavvicinarci a un dettaglio.
Unendo arte e scienza si crea un ponte tra le differenze: sono due professioni che, guardate da vicino, non sono così tanto distanti. Non è sempre detto che trovino risposte, però si pongono domande, trovano approcci, teorie, idee e proposte.
Julia Landrichter, “Foetus”, acquerello e cera su carta d’acquerello (grana fine 300g). 24×32 cm, 2022.
A proposito di connessioni tra arte, scienza e natura, ci puoi raccontare della mostra di cui ti stai occupando come coordinatrice e co-curatrice, che ha inaugurato a Forte Marghera sabato 16 maggio 2026?
Worse Than Ivy è una mostra collettiva internazionale in cui esporranno 37 studenti, provenienti dall’Accademia di Belle Arti di Venezia, dalla Hochschule für Bildende Künste di Dresda e dalla Universität für Angewandte Kunst di Vienna.
Si basa su due testi fondamentali: Poetica del Diverso di Édouard Glissant e Mille piani di Gilles Deleuze e Félix Guattari. Entrambi si servono del simbolo del rizoma per esporre alcuni concetti. Il rizoma è una struttura simile a una radice che prolifera orizzontalmente, tipica di alcune piante, per esempio l’Edera helix, il bambù e lo zenzero. A differenza delle radici di un albero, il rizoma può essere frammentato in molti pezzi e ciascuno di essi è in grado di proliferare. Ogni parte è individuo e plurimo: ogni suo elemento è in grado di svolgere ogni funzione vitale necessaria alla sopravvivenza.
Deleuze e Félix Guattari, nel loro testo, criticano la struttura “arborea” come metafora di una società incentrata sull’individuo e sulla stabilità, che trascura la possibilità di trasformazione e di movimento. Ipotizzano invece una società che ragioni in modo rizomatico, dove l’essere umano è sia singolo sia parte di un tutto interconnesso, enfatizzando crescita e adattamento.
Lo stesso concetto è ripreso da Édouard Glissant nella Poetica del Diverso, che descrive il concetto di “creolizzazione”: si tratta dell’incontro alla pari tra due culture, in cui non subentrano dinamiche di potere e da cui emerge qualcosa di nuovo, imprevedibile e incontrollabile. Dalla loro unione emergono l’ignoto, la sorpresa, la novità.
Questo concetto si riflette nella struttura stessa della mostra, perché è un progetto di comunicazione internazionale, di culture che si incontrano alla pari e vogliono dare vita a qualcosa di nuovo insieme. Infatti, l’esposizione fa parte di un progetto più ampio di collaborazione triangolare tra le tre università, che prevede workshop, confronti e, nei prossimi anni, darà vita a nuove mostre. Il progetto si sviluppa nell’ambito del programma Erasmus+ BIP, che costituisce il contesto della collaborazione tra le istituzioni partner.
È quindi un esempio di incontri alla pari tra diverse “specie” o istituzioni. Simboleggia la relazione, la convivenza e la ricerca del cambiamento, anziché il timore di esso.
La struttura rizomatica la si ritrova anche nella scelta degli artisti di Venezia, avvenuta tra gli iscritti del dipartimento di pittura della sede della Giudecca, un atelier condiviso tra la mia e le cattedre dei miei colleghi Nemanja Cvijanović, Arthur Duff e Miriam Pertegato, e che permette la massima contaminazione peer to peer.
Altri tre studenti dell’atelier faranno da custodi e, dopo aver vissuto un periodo di formazione a stretto contatto con gli autori delle opere, presenteranno e spiegheranno al pubblico il loro lavoro. Le fotografe provengono dal dipartimento di Nuove Tecnologie dell’Arte, così come il visual e il layout.
Sembra davvero interessante! Che tipo di situazione dobbiamo aspettarci in questa mostra?
Abbiamo lasciato libertà di linguaggio espressivo agli studenti, però le tecniche che sono emerse principalmente quest’anno sono pittura, installazione e fotografia. La mostra sarà allestita nel Padiglione 36, uno spazio espositivo di 300 mq dell’Accademia di Belle Arti che si presta bene anche a progetti sperimentali.
Io e gli altri due docenti, Univ. Lect. Mag. Silke Geppert e Prof. Christian Sery, abbiamo realizzato una co-curatela e sono sicura che anche dal workshop emergeranno molte riflessioni interessanti e utili per i giovani artisti. La mostra è stata inaugurata il 16 maggio a Forte Marghera, Padiglione 36, e si concluderà il 20 giugno, in occasione dell’Art Night.
Ovviamente vi aspetto!
Non mancheremo, Julia! Ti ringraziamo per il tempo che ci hai dedicato!
Volantino della mostra “Worse Than Ivy” realizzato da Antonella Caprera.
Julia Landrichter, “Portrait of a mother”, acquerello e cera su carta d’acquerello (grana fine 300g). 24×32 cm, 2026.
Ringraziamo Julia per la bella chiacchierata e la gentile concessione dell’immagini.
Ti invitiamo a seguirla sul suo sito web e sulla sua pagina Instagram.
La mostra Worse than Ivy rientra tra le mostre gratuite presenti a Venezia in questo periodo, che ti consigliamo di vedere. Per scoprire tutto l’itinerario consigliato, vai all’articolo Mostre a Venezia 2026: cosa vedere gratuitamente.
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Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.






