Daniel Bund è un artista pop originario di Carpi che sta conquistando tutti. I suoi mostricciattoli dall’aspetto post-atomico sono diffusi nel mondo dell’arte tradizionale, fatto di mostre e musei, tanto quanto in quello della cultura di massa. Di recente ha collaborato con il Chievo e con l’Al-Ittifaq, dando vita a un progetto che unisce arte contemporanea e calcio, dimostrando la sua capacità di avvicinare mondi davvero lontani e inaspettati.
In compagnia di Catalina T. Salvi, sono andata a trovarlo in studio per approfondire la sua ricerca artistica e il suo legame con la cultura pop. Abbiamo scoperto un artista profondamente indipendente, legato alla pratica dell’autogestione e del DIY.
Ciao Daniel!
Si vocifera che fin da bambino già disegnassi mostriciattoli. Se ci confermassi questo fatto, il tuo sarebbe davvero un caso anomalo. È davvero difficile trovare un artista che porti avanti una tematica in maniera così costante per tutta la sua esistenza. Ti sei chiesto come mai questi personaggi continuano a emergere nel tuo immaginario e perché continuano ancora a intrigarti, dopo così tanto tempo?
Prima di tutto confermo di disegnare mostriciattoli fin da bambino. Quella è la cosa che ho sempre disegnato, insieme ad animali strani. Ho iniziato a disegnarli sui diari, sui quaderni, sui banchi, sempre in maniera molestissima. Pensa che ho un carissimo amico, nonché il mio testimone di nozze, che è il più grande collezionista di Bund del mondo: lui ha un milione di reperti, proprio perché siamo amici da sempre. Abita ancora nella casa nella quale abitava da ragazzino, quindi ha tutto ciò che producevo fin da giovanissimo.
Sul fatto della ricorrenza del soggetto, sinceramente non me lo sono mai chiesto. Probabilmente i mostriciattoli ricorrono perché è ciò che, secondo la mia testa, mi viene meglio, e poi perché mi piacciono particolarmente. Sicuramente sono stato influenzato dai cartoni animati, che sono la cosa che più mi ha sempre appassionato insieme al disegno. I mostriciattoli non mi stancano anche perché sono infiniti: le loro sfaccettature sono infinite, non sono mai uguali l’uno all’altro. Quindi a oggi non mi hanno stancato; poi magari domani potrebbe darsi, però non credo.
Il linguaggio dei cartoon è giocoso e spontaneo ed evoca immediatamente il mondo dei bambini. Il cartoon apre le porte dell’impossibile: la fantasia non ha limiti e qualsiasi cosa può accadere. Nel tuo lavoro artistico, rappresenta un modo per preservare e rinnovare il legame con la tua infanzia e con quella creatività senza filtri che spesso perdiamo crescendo?
Sì, sicuramente. Questo modo di disegnare è un filo conduttore che non ho mai spezzato dalla mia infanzia e soprattutto dalla mia giovinezza, che nonostante i 40 anni non sento essere finita.
Forse anche questo può essere un modo per rimanere giovane.
A volte penso che possa essere un limite il fatto di non essermi mai interfacciato con altri stili pittorici: questa è un po’ la mia zona di comfort. Nel mio campo però ho provato un milione di tecniche diverse, perché lo stesso stile lo applico alla scultura, ho provato a proporlo con la xilografia, in digitale, a livello pittorico, a livello di disegno. Da questo punto di vista provo tutto quello che posso. Una roba che mi piacerebbe fare prossimamente, ad esempio, è provare a fare un mosaico con i miei soggetti.
Durante le scuole superiori non hai svolto studi artistici. Quando hai capito che l’arte doveva avere un ruolo centrale nella tua vita?
Alle superiori ho fatto tutt’altro, perché ho studiato ragioneria, però ho avuto una supposizione interiore che mi ha sempre fatto pensare che avrei fatto l’artista. Questa cosa l’ho sempre ripetuta a tutti i miei amici, che mi prendevano in giro perché suonava un po’ come dire “vorrei fare l’astronauta”, ma io ho sempre avuto questa sorta di inconscia convinzione. Era diventata una gag, però alla fine è andata proprio così: a furia di dirlo, è successo!
Al tempo dell’università hai fondato un collettivo artistico chiamato Allevamento P7. Con quale intento è nato? Cosa ti ha insegnato questa esperienza?
È stato il tempo dell’università, quindi un periodo particolare della mia vita, irripetibile e assolutamente bellissimo. Perché ero un ragazzo di vent’anni che da un piccolo paese come Carpi si era trasferito in centro a Bologna, e avevo l’impressione di essere quasi a New York. Mi sono trovato catapultato a vivere in pieno centro con cinque ragazzi, tutti quanti con velleità artistiche, me compreso: abbiamo messo su una gang un po’ sgangherata ed è nato questo collettivo artistico, che si occupava un po’ di tutto. C’era chi si occupava di fotografia, chi di pittura e chi di regia.
Uno di noi, Marcello “Nick” Montù, ha poi portato avanti il progetto Allevamento P7, che esiste tutt’ora come casa di produzione di videoclip. Si occupa soprattutto di video musicali rap e ha lavorato con rapper molto importanti. Però allora L’Allevamento era più uno stare insieme tra scoppiati, amici, all’interno dello stesso appartamento. È stato bellissimo perché casa nostra era diventata essa stessa una sorta di centro artistico. Abbiamo incontrato e conosciuto personaggi incredibili, è stata un’esperienza bellissima che mi ha insegnato a stare con tutti e a collaborare.
Avevamo grandi sogni, grandi idee, abbiamo realizzato anche progetti fighissimi, perché siamo riusciti a organizzare delle mostre, dei concerti, abbiamo creato eventi molto belli in maniera amatoriale, con i mezzi di allora.
Immagino che quello sia stato il momento in cui è nato il personaggio Daniel “Bund”. La scelta del tuo nome è molto curiosa, ce la racconti?
In realtà il mio soprannome esisteva già da molto tempo prima e deriva dal modo di dire tipico del dialetto carpigiano “Bun da gninta”. Si torna ai tempi in cui facevo lo sborone e dicevo “Diventerò un artista multimilionario”, e i miei amici mi canzonavano dicendo “Vai a lavorare”. È nato lì tra amici questo nome, che poi si è abbreviato rimanendo solo Bund.
Il linguaggio del cartone animato è ironico, leggero e privo di drammaticità. I tuoi cartoni, però, hanno contemporaneamente un’aria malinconica che non è del tutto rassicurante: hanno sempre dei grandi occhi gialli e storti, degli arti che si moltiplicano e un’aria malaticcia. Sembrano provenire da un mondo post-atomico, post-apocalittico. Ti riconosci in questa lettura?
Perché riproponi il mondo che ti circonda in questa chiave?
Sì, l’aria malaticcia la confermo. Perché io amo i cartoni, però contemporaneamente sono anche l’anti-cartone stesso: vado a dissacrare ciò che è la bellezza, la perfezione, l’innocenza che dovrebbe trasmettere un linguaggio pensato per un pubblico di bambini. Quindi vado a smontare quello che è il prototipo di “cartone carino”.
Però questa è una lettura che do oggi dopo varie riflessioni, perché la verità è che queste immagini sono sempre emerse in maniera spontanea.
I tuoi soggetti principali sono i mostri, che da sempre nella storia dell’arte hanno rappresentato le paure dell’umanità. Dietro l’ironia dei tuoi mostriciattoli c’è solo il gusto del bizzarro o tenti di incarnare, seppur in maniera leggera, anche dei timori reali?
Dipende, perché ho proprio due tipologie di opere: quelle che non hanno la pretesa di rappresentare nulla di specifico e altre che invece sono studiate con un obiettivo.
Alcune opere presenti alla mia ultima personale rappresentavano appieno il mio “cazzeggio artistico”: erano piene zeppe di mostriciattoli. Nascono in maniera spontanea, come quando sono al telefono e scarabocchio senza pensare a quello che sto facendo. Quando realizzo quel tipo di opere generalmente sto ascoltando qualcosa che mi distrae: mentre dipingo ascolto di tutto, anche cose trash, come Un giorno in Pretura o La Zanzara se voglio incazzarmi. Quindi magari sto ascoltando qualcosa e sono più concentrato sulla radio che sul lavoro, e non cerco niente. Mentre ultimamente sto cercando di fare delle cose un po’ più concettuali, quindi lì invece vado anche a rappresentare, attraverso i mostri, delle emozioni che, nello specifico, sono quasi sempre dei disagi.
Stefano Fresi, che è un grande attore romano che ho avuto la fortuna di avere ospite alla mia mostra e che ha scritto una pagina del mio catalogo, in me ha visto proprio questo: in una maniera leggera, l’interpretazione ironica di quelle che però sono delle fragilità e delle paure. Mi ha fatto molto piacere che lui abbia visto qualcosa di così profondo. L’arte è bella anche perché ognuno ci vede quello che vuole.
La tua ricerca parte dalla pittura e dalle mostre d’arte, presto però incontra il mondo del consumo e della cultura di massa. Oggi hai alle spalle innumerevoli collaborazioni con aziende per la creazione di custodie per occhiali, magliette, scarpe, pupazzi, figurine, giochi di società e tanti altri prodotti di mercato. Nonostante tu non ti senta un designer ma un artista, è innegabile la tua attrazione verso i prodotti della cultura di massa. Da dove nasce questa attrazione per il mondo della cultura popolare?
Anche se io non mi definisco un designer, la mia carriera si divide in due settori fondamentali: quello puramente artistico e quello più commerciale. Nel secondo mi occupo appunto di design e faccio collaborazioni con i brand, proponendo però sempre il mio stile e i soggetti delle mie opere d’arte. Io sono lo stesso artista: chi compra il mio quadro o una t-shirt che ho disegnato io, compra due prodotti diversi per tiratura, prezzo, prestigio, ma a livello di ricerca artistica compra la stessa cosa, perché è opera dello stesso autore.
Ci sono miei colleghi che propongono ricerche diverse sui due campi: se in futuro sarà necessario potrei anche firmare dei prodotti di design che sono stilisticamente lontanissimi da ciò che faccio a livello artistico. A oggi è un tutt’uno, quindi la mia attività di design e la mia attività artistica rappresentano lo stesso mondo.
Sono due mondi che si autoalimentano. È innegabile che lavorare nel design sia stato fondamentale anche per il mio percorso artistico, perché mi ha permesso di vivere delle esperienze strepitose, come con Trudi o con il Chievo. Ho fatto delle cose che mai avrei immaginato che sarebbero capitate nella vita e che mi hanno dato una visibilità che a livello pittorico non avrei avuto sicuramente, perché non faccio parte del circuito dei grandi artisti, quindi non ho mai partecipato a grandi fiere dell’arte, né ho mai lavorato con grandi gallerie. Fino ad adesso il mio percorso artistico è paragonabile a quello di un musicista indipendente. Se non mi fanno il grande evento, mi creo il grande evento.
Secondo Andy Warhol, l’arte doveva essere consumata come qualsiasi altro prodotto commerciale di massa. Riconosceva il valore degli oggetti provenienti dalla cultura popolare e, nei suoi intenti, c’era la volontà di appianare le differenze che dividono la cultura alta dalla cultura bassa.
Ti riconosci in questa visione? Come vivi nel tuo lavoro il rapporto tra arte e oggetto di consumo?
Io non cerco di appianare le differenze, sinceramente. Per me è figo lavorare in questi due campi diversi perché dà la possibilità a due pubblici completamente differenti di poter acquistare comunque qualcosa di mio. È chiaro che acquistare il quadro è il massimo, lo so bene perché io amo collezionare opere d’arte: se un quadro non me lo posso permettere ma quello stesso artista ha fatto delle collaborazioni, quindi mette fuori dei prodotti anche banali di merchandising, dal mio punto di vista è una cosa positiva che non lo va a sminuire, ma dà la possibilità a tutti di poter avere qualcosa di suo. Poi è chiaro che non si appiana la situazione: se compro una stampa sono conscio di non avere il quadro, rimangono due oggetti diversi, che però appunto danno la possibilità a tutti di possedere qualcosa di un autore.
Progettare la grafica per un accendino (come ho fatto per Clipper Italia) non la vedo come una marchetta, la vedo come un progetto entusiasmante che darà la possibilità a brevissimo a migliaia di persone di avere a casa un oggetto in edizione particolare e avere, a un prezzo contenuto, un prodotto che io comunque considero un oggetto d’arte. Questo è il filo conduttore: anche i miei pupazzi di Trudi non sono solo pupazzi: sono fighi perché rispecchiano la poetica di un artista, hanno un valore aggiunto. Altri miei colleghi invece non lo farebbero mai, penserebbero di sminuire il loro lavoro se l’immagine di un loro quadro venisse applicata a un oggetto di consumo. Invece per me è una cosa bella.
Daniel Bund, “Grana Padano Bund”, opera d’arte su forma di Grana Padano DOP, collaborazione tra l’artista e l’azienda, 2022. Foto courtesy l’artista.
A proposito di cultura popolare, ultimamente ti sei dedicato a un progetto che ha veramente a che fare con il tema più caratteristico della cultura di massa: il calcio. Ci racconti di cosa si tratta e cosa ti ha interessato di questo progetto?
Sì, anche questo è un piccolo sogno che si è avverato.
C’è da fare una premessa. Io tifo fondamentalmente due squadre nella mia vita: quella principale è il Carpi, con il quale qualche anno fa ho collaborato per il progetto delle figurine, ma da ragazzino, per adattarmi ai miei amici che seguivano la Serie A, tifavo il ChievoVerona. All’epoca il Chievo era appena andato in Serie A ed era un po’ una favola: era una squadra di quartiere piccolissima, con zero campioni, zero possibilità, che comunque era riuscita ad arrivare in Serie A e riusciva a giocare ad altissimi livelli. Rappresentava un po’ una metafora della vita, la rivincita dei piccoli. Quindi tifavo il ChievoVerona, oltre al Carpi. Il destino ha voluto che, più di vent’anni dopo, mi sono ritrovato a lavorare con il Chievo. È stata una casualità strepitosa, che mai avrei detto!
Tutto è nato grazie al presidente Pietro Laterza, cioè un mitico visionario che è proprietario sia dell’Al-Ittifaq, sia del Chievo. È stato lui a propormi di fare un’operazione congiunta per entrambi i club, per sugellare questo gemellaggio tra Verona e Dubai, essendo sotto la guida della stessa proprietà. L’idea era quella di fare un prodotto e un progetto comune che li unisse: ho avuto la fortuna di essere quel qualcosa.
Abbiamo deciso di realizzare delle edizioni specialissime di magliette e statuine, producendo soltanto 100 pezzi numerati e certificati. Ho creato 11 personaggi per il Chievo e 11 per l’Al-Ittifaq, quindi sono andato a creare due squadre di calcio. Sono andato a rappresentare gli animali tipici dei due paesi, quindi per il Chievo ho disegnato tutti animali italiani, come l’asinello, la lepre o il toro, mentre per l’Al-Ittifaq sono andato a disegnare animali del deserto delle loro zone, quindi la volpe del deserto, il cammello e il falco. Ovviamente sempre tutto nel mio stile. Il progetto ha coinvolto anche i due calciatori simbolo delle due squadre: Mario Balotelli e Douglas Costa hanno firmato insieme a me le magliette e le statuine a loro dedicate, a cui sono associati gli animali che loro stessi hanno scelto (il falco e la lepre).
Per il Chievo abbiamo realizzato anche un ulteriore prodotto: una statuina e una maglietta dedicata a Sergio Pellissier, che è stato uno dei più grandi campioni della storia del Chievo e oggi è presidente onorario. Ha passato una vita al Chievo, è una super bandiera della squadra, quindi abbiamo fatto questa tripla operazione strepitosa.
Da qualche anno stai ricoprendo un ruolo molto importante anche come organizzatore di mostre. Credo che il tuo lavoro e quello di Andrea Saltini siano importantissimi perché puntano alla valorizzazione e alla promozione culturale e si occupano di portare grandi artisti anche in zone che non sono grandi centri urbani, che solitamente rimangono tagliati fuori dal giro delle grandi mostre d’arte.
Cosa ti ha spinto a intraprendere questa avventura?
Tutto nasce dal fatto che noi ci organizziamo le mostre come vorremmo che ce le organizzassero. Questo è un dettaglio importante. Ci autoproduciamo gli eventi. Doble è nata perché volevo fare una mega mostra a Rovereto sulla Secchia, frazione di Novi di Modena. Siccome mi ero appena trasferito a vivere qua, avevo visto questo palazzo meraviglioso e ci avevo visto un sacco di potenzialità. Avevo l’idea di creare una mega mostra lì, che poteva anche essere una mia personale. Vedendo gli spazi interni però ho pensato che sarebbe stato ancora più interessante creare un’esposizione collettiva, che potesse anche durare nel tempo. I primi due anni ho partecipato anch’io come artista e dal terzo anno in poi invece mi occupo solo dell’organizzazione. Quindi è nata l’idea di autoprodurci un grande evento, che poi è diventato pluriennale e si ripropone ogni anno.
Rovereto sulla Secchia è stata una scommessa mia e di Andrea: provare a portare l’arte in un posto nel quale non c’era mai stato nulla di simile. Volevamo creare un evento senza precedenti. L’idea era di portare le persone anche in un paese come Rovereto (buona parte del nostro pubblico infatti viene da fuori). Così è nata Doble; con l’amministrazione comunale si è creato un bel rapporto e quindi si è deciso di fare un progetto pluriennale, per avere la possibilità di poter lavorare con più calma e con più progettualità. L’amministrazione di Novi di Modena, nonostante si tratti di un piccolo Comune, è stata molto all’avanguardia nel darci fiducia e lasciarci carta bianca sullo sviluppo e sulla gestione. Ha funzionato e adesso è diventato un po’ un punto di riferimento nella zona.
Cerchiamo di trasformare il luogo ogni anno in qualcosa di diverso. Quindi ogni volta che lo spettatore viene, deve avere l’impressione di non essere nello stesso luogo. Questo è un po’ il nostro intento generale. In più abbiamo dato la possibilità alle persone della zona e soprattutto ai ragazzi (perché ospitiamo tante scolaresche), di poter vedere tantissime tipologie di artisti e di modi di interpretare l’arte. Abbiamo invitato veramente gli artisti più disparati, proponendo dal super pop a cose più concettuali, al collage, alla scultura, alla xilografia. Abbiamo portato veramente tante proposte in ogni ambito.
Quindi Doble è nata fondamentalmente dalla voglia di fare un progetto insieme. È stato così anche per l’organizzazione di Hamlet Suite, che è la personale di Andrea Saltini che abbiamo realizzato in teatro quest’anno: anche quello un evento senza precedenti.
Un altro grande merito di queste iniziative sono le numerose esperienze che offrono alle scuole limitrofe, tramite laboratori, tour guidati alle mostre e incontri con gli artisti. Inoltre, ti occupi personalmente anche di seguire privatamente ragazzi giovani, avviandoli all’arte. In questo senso assumi anche un ruolo di guida nei confronti delle nuove generazioni. Come artista, ti senti investito di una responsabilità verso i giovani?
Oddio no, verso i giovani non sento particolarmente responsabilità perché non sono la loro guida, al massimo posso essere un esempio. Se sono riuscito a strutturare io una carriera senza troppi mezzi tecnici e artistici, vuol dire che si può fare.
Nei confronti dei giovani io seguo sempre il mio principio: mi comporto come avrei voluto che si fossero comportati con me. Con i giovani artisti che si avvicinano a me e ad Andrea Saltini per chiedere un consiglio, cerchiamo di spiegargli quali sono le cose importanti per sviluppare il proprio percorso e quali lasciar perdere, ad esempio tutti i concorsi truffa o lo sprecare soldi in cose che con l’arte non c’entrano nulla. Quindi, a livello di consigli, cerco sempre di dargli il consiglio che avrei voluto ricevere io vent’anni fa. Sia io che Andrea siamo sempre molto aperti ai ragazzi che vengono.
Daniel Bund, “David a Carpi”, tecnica mista (digitale più acrilico) su forex, 2023. Foto courtesy l’artista.
Progetti futuri?
Farò una grande personale a dicembre a Palazzo Pio di Carpi, quindi dentro il Castello… finalmente! È una roba che volevo fare da un milione di anni e ora, grazie all’amministrazione, abbiamo trovato la quadra per poterla fare. Sarà in collaborazione con un ente a cui tengo particolarmente: Panda Carpi, cioè l’oasi La Francesa, che è la sezione del WWF di Carpi. È un posto fighissimo che vi invito assolutamente ad andare a visitare e sostenere, una riserva naturale che preserva una fetta importantissima di bosco. Sognavo di poter collaborare con questa realtà e quindi la mia mostra sarà in partnership con loro, spero di poter dare concretamente un aiuto. Studieremo qualche prodotto di merchandising il cui ricavato andrà a sostenere questo luogo, che è tutto quanto gestito e sopravvive solo grazie ai volontari.
In questi giorni usciranno anche i miei accendini: quest’anno sono l’autore della collezione degli accendini Clipper, quindi abbiamo fatto i Clipper-Bund. Usciranno accompagnati anche da delle t-shirt sempre disegnate da me. Tutti i personaggi che ho pensato per i vari accendini ripropongono personaggi storici bundizzati, come Napoleone e Frida Kahlo.
Anche la collezione di opere che sto realizzando per la mostra a Carpi avrà un grande respiro Clipper, perché è in partnership anche con loro. Infatti sto realizzando delle opere con i personaggi pensati per gli accendini, impiegati in diverse attività all’interno dei quadri. Sarà divertente!
Non mancheremo! Grazie per la bella chiacchierata!
Ringraziamo Daniel Bund per averci ospitato nel suo studio e per la gentile concessione delle immagini!
Vi invitiamo a seguirlo sulle sue pagine Instagram e Facebook .
Se vuoi conoscere il ruolo dei mostri all’interno della storia dell’arte, vai all’articolo I mostri nell’arte medievale.
Se invece vuoi scoprire altri artisti che affrontano questo tema va all’articolo Dalla parte dei mostri: il mondo oscuro di Ragno, oppure a I mostri di Ericailcane siamo noi.
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Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.








