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EXIT ENTER: DIPINGERE UNA VIA D’USCITA

Intervista all'artista

Catalina T. Salvi17 Febbraio 2026

Exit Enter è un artista e street artist toscano, molto presente nelle nostre strade. Le sue opere sono un sospiro di sollievo nella frenesia quotidiana: offrono una via di fuga poetica, con messaggi di giustizia, amore e gentilezza.

Insieme a Chiara Righi e con il supporto tecnico di Ilaria Iannolo, ho potuto fare quattro chiacchiere direttamente con lui, scoprendo di più sul mondo che si cela dietro le sue opere. 

Exit Enter - Foto courtesy l'artista

Exit Enter al lavoro. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Come ti sei avvicinato all’arte?

 

Ho sempre disegnato sin da piccolo: è una cosa che mi è sempre appartenuta. Mio nonno era un falegname e, in un certo senso, questo è stato il mio primo legame con un fare manuale. Penso che da bambino, forse a scuola, qualcuno debba avermi dato soddisfazione quando facevo i disegni e credo semplicemente di non aver smesso, finché un giorno mi sono reso conto che era quello che mi piaceva fare e mi rendeva felice.

 

 

 

La scelta del nome Exit Enter, da dove arriva?

 

Originariamente il mio nome d’arte era solo Exit. Questo pseudonimo è nato in un periodo per me abbastanza complicato, era il 2013, al tempo frequentavo l’Accademia di Belle Arti. Erano anni di sperimentazione sotto molti punti di vista, stavo cercando la mia strada attraversando le difficoltà di un ventenne fuori sede. Volevo trovare un senso alla mia vita, cercavo risposte senza sapere dove trovarle.

 

Iniziai a disegnare e dipingere sempre di più, in modo ossessivo, e anche a leggere, non avevo mai letto tanto: Siddharta di Hermann Hesse, Avere o essere e L’arte di amare di Erich Fromm sono stati fondamentali; fu dopo quest’ultimo che mi lasciai con la ragazza con la quale convivevo e mi ritrovai senza casa. Mi ospitò un’amica dell’Accademia e per circa un anno mi sistemai da lei in una piccola cantina, la mia cella monastica, con 3 buchi nel muro da dove entrava la luce: è in quel sottoscala che è nato Exit.

Exit rappresentava la speranza di trovare una risposta alle domande sul senso della mia vita. Quando iniziai a scriverlo in strada divenne un simbolo per trovare un’uscita, una soluzione per ciò che non andava, e allo stesso tempo rappresentava il mio uscire per le strade a dipingere. Poi lo scrissi sopra ai cuori e, per me, divenne “l’uscita sta nel seguire il cuore”.

Successivamente mi innamorai della ragazza con la quale da dieci anni condivido la vita e il nome si rafforzò come simbolo della via dell’amore: l’amore come atto creativo, simile all’arte o alla scrittura, l’amore come cammino di crescita personale, non come fuga dalla solitudine, l’amore come responsabilità verso l’altro e verso se stessi.

 

Enter l’ho aggiunto in un secondo momento per un motivo leggero e giocoso, ma mi è piaciuto per le sue sfumature di significato: a seconda di come guardi le cose, possono cambiare senso; se aprissi una porta potrei uscire o entrare, andarmene o arrivare. È un nome che riunisce gli opposti: nella vita si esce da qualcosa per entrare in qualcos’altro, in un continuo mutamento.

Exit Enter - Foto dell'artista

Exit Enter, Lastra a Signa (FI), 2019. Foto di Gabriele Masi. 

 

 

Riguardo al tuo percorso nell’arte urbana, hai iniziato dal writing oppure dal figurativo?

 

Non nasco come writer ma il mio percorso si è intrecciato spesso al mondo del writing. All’Accademia dipingevo sia astratto che illustrativo ed entrambe le ricerche ruotavano attorno a una certa gestualità e al segno forte e deciso, questo mi ha portato a indagare l’uso dello spray.

All’epoca avevo amici che facevano tag e io mi aggregavo. Frequentando i rave party spesso mi ritrovavo in posti abbandonati e mi mettevo a disegnare sui muri dei capannoni che ospitavano momentaneamente le feste illegali. Ho iniziato subito a fare il mio omino, e lo usavo come una vera e propria tag, riproducendolo in modo ossessivo esattamente come facevano i miei amici writer con i loro nomi.

Ho una grande connessione con il writing e mi sono ispirato molto all’approccio dei writer, ma non ho mai studiato più di tanto le lettere.

 

 

 

La tua attività come artista prevede sia il lavoro in studio che in strada?

 

Il mio lavoro parte sempre dallo studio: inizialmente sviluppo il lavoro sul quaderno degli schizzi e poi lo porto su tela o in strada. Studio e ambiente esterno sono interconnessi e si influenzano reciprocamente.

Quando mi danno dello “street artist” talvolta non mi ci ritrovo, perché è una definizione un po’ stringente: il mio lavoro non si conclude con la strada, le persone spesso pensano che io dipinga solo sui muri. Sono un artista che sviluppa tante ricerche, e tra queste alcune sono legate e influenzate dal mio rapporto particolare con lo spazio esterno e la strada.

Exit Enter - foto courtesy l'artista

Exit Enter, Artiglieria Studio, 2020. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Le controculture hanno avuto un ruolo importante nell’avvicinarti all’arte di strada?

 

Sì, totalmente. Dai 18 ai 23 anni ho organizzato e frequentato molto i rave party, sono stati anni di sperimentazione sia positiva che negativa, ma le esperienze che ho vissuto in quel tipo di ambiente hanno contribuito tantissimo al mio avvicinamento all’arte urbana, mi hanno messo in contatto con situazioni di libertà e di autogestione, e questo mi ha donato un pensiero di non conformità e creatività che mi aiuta molto nella mia vita e ricerca artistica.

Anche gli ambienti delle occupazioni di quegli anni sono stati fondamentali. Ad esempio “Malborghetto” a Firenze, che al tempo era un posto occupato: è lì che ho conosciuto artisti e artiste che sono amici ancora oggi, persone con cui lavoro tuttora, come James Vega, giusto per citarne uno. Erano ambienti non controllati, sicuramente ambienti non del tutto sicuri o salutari, ma anche luoghi di libertà, aggregazione, formazione e possibilità di interscambio senza filtri.

Exit Enter - foto courtesy l'artista

Exit Enter, Rave Ospedaletto, Pisa, 2014. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Quando lavori in strada ti rivolgi a un pubblico molto diverso rispetto a quello delle gallerie: per strada passa davvero chiunque, mentre in galleria arriva un pubblico selezionato. Questo cambia il modo in cui scegli e affronti i temi?

 

Quando ho cominciato a dipingere in strada non sapevo nemmeno che cosa stessi facendo, mi muovevo in modo istintivo, viscerale. Con il tempo ho iniziato a capire che cosa è adatto a ogni luogo e, soprattutto, che cosa voglio portare in uno spazio come la strada o in uno spazio come la galleria, dove sono arrivato solo in un secondo momento.

Adesso, in strada, mi interessa portare un’espressione più semplice e comprensibile: il mio obiettivo principale nel contesto urbano è comunicare. Nel lavoro in strada spesso il messaggio è studiato, consapevole e preparato: so che cosa voglio dire e cerco il modo più semplice per farlo. Nell’intimità dello studio sviluppo invece una ricerca più spirituale e intima.

Il contesto modifica enormemente la mia ricerca e la mia missione comunicativa. È come se ogni luogo avesse il suo motivo di essere speciale e fosse importante sviluppare una ricerca per valorizzarlo.

Exit Enter - foto courtesy l'artista

Exit Enter, Spray su telo ombreggiante, Venezia, 2018. Foto di Marco Siracusano.

 

 

Quando intervieni in strada studi prima la zona e il muro oppure procedi in un altro modo?

 

Ho due approcci principali in strada. Il primo prevede un’azione di bombing, in cui agisco istintivamente e di getto su punti della città: è lo stesso modo dei writer che escono a fare delle tag, solo che invece di scrivere il mio nome io disegno i miei personaggi.

L’altro modo di agire è più studiato: osservo i luoghi, le superfici, e decido con precisione che tipo di opera fare e che messaggio lasciare in quello spazio.

 

 

 

Ti piace portare in strada anche messaggi politicamente forti, oppure ti senti più legato ad altri tipi di messaggi e di contenuti?

 

Mi piace portare in strada messaggi molteplici. I miei personaggi danno forma a riflessioni legate alla dimensione emotiva, ma talvolta veicolano anche contenuti più espliciti, aprendo uno spazio di riflessione su temi politici.

Sono un lettore del Vernacoliere, un mensile di satira politica, e quando ero alle scuole medie mi sono appassionato al disegno proprio guardando quel mensile: mi ha trasmesso una chiave di lettura ironica, ma non superficiale, che mi piace molto. Con i miei omini parlo delle luci e delle ombre dell’essere umano.

Non mi riconosco pienamente nello street artist attivista oggi molto in voga. Quando scelgo di affrontare messaggi politici è perché nascono da un coinvolgimento profondo; per questo rifletto prima di agire e cerco di comunicarli attraverso la mia arte in modo coerente con il mio percorso e il mio pensiero.

In ogni contenuto o messaggio che affronto c’è una caratteristica che penso di aver sempre mantenuto e che vorrei portare avanti. Anche quando tratto temi drammatici che fanno male, io cerco, per quanto mi è possibile, di mantenere una forma di “dolcezza” nel modo di comunicare.

Per me è importante comunicare senza spaventare, perché credo che le persone abbiano già abbastanza paura. Il valore della gentilezza e un approccio pacifico mi guidano in generale e, naturalmente, influenzano anche ciò che lascio in strada.

Exit Enter - Foto dell'artista

Exit Enter, Spray su pannello pubblicitario, Carrara, 2025. Foto courtesy l’artista. 

 

La gentilezza, intesa come valore, può modificare la natura dell’opera?

 

Sicuramente la gentilezza può restituire qualcosa: è una caratteristica che cerco di evolvere nel mio percorso di vita. Questo non significa che io sia migliore nel mio modo di approcciarmi al mondo, ma è una virtù a cui aspiro e che spero, in qualche modo, mi appartenga davvero.

Ecco, io spero di riuscire a far capire le cose di cui voglio parlare senza mettere un’ansia pressante e senza aderire a quell’approccio aggressivo che è molto tipico della nostra società.

 

 

 

Per te l’azione in strada è più individuale oppure sei portato ad agire in gruppo?

 

Per me è decisamente un’azione di gruppo. È davvero difficile che vada da solo a dipingere. Questo viaggio è iniziato in gruppo, non è un’avventura in solitaria: se mi sono appassionato alla pittura in strada è anche grazie alla condivisione che ho trovato con artisti e artiste che lavorano nell’ambiente urbano.

Penso che se vuoi lavorare in strada devi per forza di cose essere aperto alla condivisione, se no tanto vale starsene chiuso in studio.

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Exit Enter al lavoro con gli amici, Ponte all’Indiano (FI). Foto di Mare di Tino. 

 

 

Ci racconteresti più nello specifico alcuni tuoi lavori legati a queste tre dimensioni del messaggio che citavi: quelli più connessi alla tua emotività, quelli basati sull’ironia e i lavori eticamente più impegnati?

Se ti va, puoi includere anche lavori realizzati a Bologna.

 

Sono più di dieci anni che i miei omini vivono sui muri di Bologna, e nel tempo ho realizzato molti interventi.

Uno dei pezzi più ironici l’ho realizzato durante il periodo degli “strappi”, nel 2016, quando alcune opere di arte urbana vennero rimosse e successivamente esposte in una mostra a pagamento. Su quel lavoro, realizzato direttamente in strada, avevo scritto: “In caso di vendita il 50% all’artista”.

Poi, non saprei, i manifestanti pacifisti che si picchiano con i cartelli della pace, l’opera di Pinocchio che si riprendeva con il telefono, con la scritta “i social media sono una droga”.

Tra i pezzi un po’ più poetici citerei il lavoro sulla margherita: ricordo un intervento in cui la parola “Arma” veniva in parte cancellata da un personaggio con la testa di fiore, diventando “Ama”.

L’opera più emotiva, ma anche eticamente impegnata, che ho realizzato in città raffigurava un soldato che tiene in mano un fiore. Era un paste-up accompagnato dalla frase: “Dormi sepolto in un campo di grano”. Un altro intervento, sempre in paste-up, rappresentava il Grillo Parlante e affrontava il tema del rapporto tra scienza e coscienza.

Oggi, i lavori rimasti in città sono tutti realizzati a spray: molti dei pezzi più studiati e complessi, eseguiti in paste-up, purtroppo nel tempo sono scomparsi.

Exit Enter - foto courtesy l'artista

Exit Enter, paste-up, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Che tipo di tecniche prediligi nei tuoi interventi in strada?

 

Negli anni mi sono divertito a provare un po’ di tutto: utilizzo gli spray, asta e rullo, pastelli e pennarelli ma anche vari tipi di paste-up. I poster li uso per creare lavori più complessi e studiati, perché è una tecnica che mi dà modo di fare gran parte del lavoro a casa. Con questa tecnica realizzo personaggi più caratterizzati che sagomo e poi incollo sul muro. Ho usato spesso la tecnica del paste-up anche per creare una sorta di tabernacoli su carta che sembrano appesi direttamente sulle pareti esterne degli edifici.

 

Nell’arte in strada, grazie all’utilizzo di più tecniche e materiali, porto avanti due tipi di ricerche: una più legata alla comunicazione e integrazione dell’intervento all’ambiente urbano e una più relativa al segno e alla gestualità.

Il tratto gestuale e il segno deciso fanno parte della mia ricerca da sempre e porto avanti questa ricerca anche in studio. Perciò mi appassiona molto usare e sperimentare una moltitudine di strumenti per capire come la differenza di un tappino su una bomboletta o un pennello rovinato mi permetta di cambiare il segno, modificando l’espressività del mio gesto.

La liquidità e la viscosità del colore, l’uso della colatura… sono tutte variabili gestuali che mi interessano moltissimo.

Exit Enter - foto courtesy l'artista

Exit Enter, ex falegnameria di famiglia. Foto di Marco Rv. 

 

 

Cosa stai cercando di raggiungere con il segno, la sintesi o qualcosa di diverso?

 

Purtroppo, devo dire che spesso mi caratterizza il non sapere esattamente che cosa sto cercando: lascio fluire, cerco di stare in ascolto di quello che viene e lo assecondo, a volte senza sapere dove sto andando o che cosa mi stia dicendo di me quello che faccio.

Il segno, nel mio mondo, è sempre stato legato all’istintività e alla velocità del gesto. La rapidità permette di non filtrare, o di filtrare il meno possibile, con la mente cosciente, lasciando che qualcosa fluisca.

Questa ricerca della perdita di controllo, per raggiungere una purezza ancestrale, era già presente negli anni dei rave party, quando cercavo stati di alterazione della coscienza attraverso il rituale tribale e la ripetizione ossessiva della musica, fino a perdere il contatto con la dimensione fisica.

Oggi quel rituale si è trasformato: il gesto pittorico e il movimento ripetuto del corpo hanno preso il posto del suono. Come nel ritmo della musica, dopo un po’ che ripeto il gesto mi dissocio, mi allontano dai legami terreni e mi lascio attraversare, cercando di raggiungere quella forza universale e ancestrale che abita dentro di noi.

Nella fase iniziale del mio lavoro in strada, ciò che mi interessava maggiormente era il gesto: il movimento del corpo intero, l’uso dello spray come estensione fisica della mano e lo spazio illimitato del muro. Lasciare un segno e ripeterlo il più possibile era per me una forma di sfogo, una catarsi.

La ripetizione mi ha portato alla padronanza tecnica e alla costruzione di una memoria muscolare del gesto. Allo stesso tempo, la strada, con il suo carattere adrenalinico dato dalla possibilità di essere beccato, mi ha costretto a una sintesi del segno, nata da una necessità pratica prima ancora che concettuale.

In studio, invece, grazie al tempo e alla calma, ho potuto elaborare negli anni un segno più consapevole. Oggi, nella fusione tra strada e studio, ciò che cerco di raggiungere è forse una sintesi del segno che passa attraverso la memoria del gesto: un equilibrio tra istinto e controllo.

 

 

 

Grazie Exit per il tempo che ci hai dedicato e per i tuoi racconti, è stato bello conoscerti!

 

Grazie a voi, è stato intenso… quasi come una chiacchierata dallo psicologo.

Exit Enter - foto courtesy l'artista

Exit Enter, paste up e acrilico, 2024. Foto courtesy l’artista. 

abuso di potere lisbona 2017

Exit Enter, “Abuso di potere”, Lisbona, 2017. Foto courtesy l’artista. 

Exit Enter - Foto dell'artista

Exit Enter. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Ringraziamo Exit Enter della bellissima intervista rilasciata e per la concessione dell’uso delle immagini.

Vi invitiamo a seguirlo sulla sue pagine Instagram, facebook e sul suo sito.

 

 

 

 

 

 

Exit Enter ha spesso a che fare con Rusco: scopri questo progetto all’articolo Rusco Zine – dalla parte degli artisti.

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Catalina
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