Michele Schirinzi nasce dai graffiti, ma le sue lettere si sono tramutate poco alla volta in qualcosa di sempre più astratto e intimo. Oggi le sue opere ci parlano di introspezione: sono memorie intrise di emozioni ed esperienze, tracce di vita impresse su tela.
Dalle sue parole, trapela la volontà di dare forma al proprio universo interiore.
Michele Schirinzi nel suo studio durante la realizzazione dell’opera “Unwritten n.41”. Foto courtesy l’artista.
Ciao Michele!
Come ti sei avvicinato all’arte e quando hai percepito l’urgenza di trasformare pensieri ed emozioni in immagini?
Ciao! Mi sono avvicinato all’arte circa nel 2010 attraverso i primi graffiti e le prime jam. In seguito ho fatto diverse esperienze che, intorno al 2023, mi hanno portato ad astrarre sempre di più i soggetti, arrivando a una visione via via più affinata e contemporanea di ciò che mi circonda.
Da qui è nata l’urgenza di trasformare pensieri ed emozioni in immagini astratte, in cui segno, colore e materia possiedono una propria identità e assumono un ruolo centrale nel significato dell’opera.
La tua pittura è legata al linguaggio astratto e sembra un tentativo di rendere visibile ciò che generalmente non lo è. La tua ricerca artistica è soprattutto un’esplorazione interiore volta a far emergere immagini dall’inconscio (il luogo in cui dimorano sogni, traumi e tutto ciò di cui non siamo coscienti), oppure è uno studio più razionale, orientato a comunicare una sensazione specifica?
La mia ricerca artistica si basa principalmente sulla curiosità di vedere come l’interiorità può prendere forma. Vorrei farla diventare tangibile.
Si tratta di uno studio profondamente legato alla volontà di condividere come potrebbe essere un nostro ricordo, impresso sull’ipotetica parete di una delle stanze della nostra anima. Senza la pretesa di offrire verità assolute a chi osserva, il mio intento è piuttosto quello di invitare lo spettatore ad assumere prospettive differenti e a proiettare sull’opera il proprio vissuto personale.
Ti occupi anche di arteterapia: la tua pittura, per te stesso, è terapeutica? Questa discesa nell’interiorità è un processo faticoso o lo affronti con serenità?
In un certo senso sì, il processo è terapeutico sotto alcuni punti di vista, anche se, qualunque sia l’opera da realizzare, cerco sempre di restare il più razionale e metodico possibile nel tradurre soggetti interiori ed emozionali. È, di fatto, un processo faticoso: ogni mio singolo lavoro prevede una prima fase di scrittura e stesura del progetto o della bozza, proprio perché sia il più astratto, contemporaneo e meno faticoso possibile.
Tutto ciò lo affronto in modo molto sistematico. Mi stimola tantissimo ragionare e interrogarmi diverse volte su come poter esprimere qualcosa nel modo più originale ed autentico possibile e, quando ci riesco, trovo molta soddisfazione.
Dall’introspezione che realizzi attraverso la pittura emergono segni spesso aggrovigliati, sovrapposti e in contrasto tra loro, che percorrono traiettorie tortuose. Sono i residui di una lotta interiore o rimandano a qualcos’altro?
In quanto prima writer, sono molto legato al segno, alle lettere e ai simboli. In una fase iniziale ho cercato una mia cifra stilistica muovendomi tra il dripping e la totale campitura della tela, affascinato dalle figure di Pollock e Rothko, tentando di attribuire una soggettività e un valore specifico a ogni singola goccia o pennellata.
Nel corso del tempo ho sperimentato tecniche differenti, cercando di far evolvere anche la mia ricerca artistica, ed è così che è nata la collezione Unwritten. Si tratta, in sostanza, dei segni e dei non segni del nostro vissuto, dei nostri ricordi, delle lotte interiori e delle esperienze personali che si incastrano, si sfumano ed emergono sulle pareti delle nostre stanze interiori. Sono tracce della nostra vita, le impronte nostre e di chiunque abbia fatto parte del nostro percorso.
Come emerge la forma nell’opera?
La forma ha l’obiettivo di creare un’immagine il più possibile astratta del vissuto umano, affinché chiunque osservi possa rispecchiarsi. Evito di utilizzare lettere, simboli o numeri per non condizionare il punto di vista di chi guarda.
È interessante il rapporto tra la tua pittura e la scrittura. Nei tuoi quadri emergono spesso segni che ricordano lettere, che però sono illeggibili, diventano texture formate da residui. Sembrano parole inespresse, perse o impronunciabili. Che ruolo hanno per te questi segni?
Come dicevo prima, arrivando dal mondo dei graffiti, per me è molto importante il ruolo del segno. Scrivo molto di ciò che vado poi a realizzare, per porre una maggior attenzione a ciò che faccio. Per me questi segni hanno come ruolo principale quello di rappresentare il nostro vissuto, le nostre esperienze, i nostri ricordi, le sensazioni e le parole inespresse o perse.
Di fatto la serie si chiama proprio Unwritten quindi l’idea è quella di far emergere tutto ciò che non diciamo, che non pensiamo e tutto quello che non ricordiamo attraverso il segno ed il non segno. Cerco di racchiudere in tutti quei segni, nella loro presenza e nella loro assenza, la nostra esistenza.
Trovo molto potente la tua rappresentazione della memoria come reliquia: una superficie strappata, su cui rimangono impressi dei segni. Ci puoi raccontare la tua visione della memoria e le riflessioni da cui nascono queste opere?
Certamente! Per me la memoria è l’ossatura della nostra anima, lo scheletro sul quale essa si forma attraverso le nostre esperienze, i nostri ricordi e il nostro vissuto. La memoria è sia il segno che il non-segno del nostro passaggio nelle vite degli altri e viceversa.
Ciò che mi porta a realizzare queste opere è la curiosità del provare a rendere tangibili anche le parti più sfumate di noi. Allo stesso tempo, ho anche la curiosità nel dovermi rendere conto attraverso lo sguardo dell’altro di non esserci riuscito e quindi del limite umano.
Come mai scegli di affrontare questo tema attraverso il linguaggio dell’installazione?
Scelgo l’installazione proprio per dare maggior concretezza e spessore ad un concetto così astratto. Inoltre per me è un altro modo, più stimolante e impegnativo, di rappresentare ciò che già rappresento con la pittura. Mediante l’installazione evolvo il contesto da bidimensionale a tridimensionale: lo spettatore si può immergere in quelle che sono le installazioni site-specific e toccare la materia attraverso la quale intendo rappresentare l’animo umano.
Le tue installazioni appaiono in contesti molto diversi: all’interno di stanze, immerse nella natura o costrette in cubi di plexiglas. Come decidi in quali spazi inserirle e come farle interagire con l’ambiente circostante?
La decisione avviene nel modo più naturale possibile, prendo in mano il tessuto ed inizio a giocarci, stravolgerlo, allungarlo o schiacciarlo e poi, mentalmente inizio a contestualizzarlo fuori dal tempo e dallo spazio. Dopodiché inizio la lavorazione del tessuto affinché rappresenti a pieno, nel contesto dove è inserito, in ogni singolo suo lembo, un vissuto personale.
Michele Schirinzi, “Unwritten n.1”, Midex Media. Foto courtesy l’artista.
Ti chiedo una curiosità sul tuo rapporto con il pubblico. Il tuo lavoro nasce da una dimensione profondamente intima, eppure sceglie di esporsi allo sguardo dell’altro. Cosa nasce, per te, dalla condivisione della tua interiorità con chi osserva?
Nasce dalla curiosità di condividere la mia ricerca artistica con chi osserva e vedere come chi osserva reinterpreta l’opera. La curiosità di condividere qualcosa di così profondo ed intimo, ma che nonostante tutto ci lega l’uno con l’altro, e riscoprirlo con occhi diversi è per me molto gratificante.
Hai descritto il mestiere dell’artista come “il lavoro di un archeologo che scava sempre più a fondo”. Ci racconti di più sulla tua visione del ruolo dell’artista, sia nella tua esperienza personale sia come attore nella società?
Credo che la ricerca artistica sia l’elemento fondamentale per definire il ruolo dell’artista, sia nel rapporto con sé stesso sia nella società.
Per me l’arte ha il grande compito di raccontare, a chi la osserverà in futuro, com’era il passato di un individuo o di una collettività; per questo è importante essere consapevoli dell’enorme potere comunicativo che l’arte porta con sé.
Michele Schirinzi, “Frammenti di memorie nr.9”, mixed media. Foto courtesy l’artista.
Nel tuo ruolo di arte-terapeuta, osservi come l’arte possa avere un impatto concreto sulla società e sulla comunità?
Nel mio ruolo di arte-terapeuta osservo come l’arte possa agire come mediatore e facilitatore comunicativo, permettendo di esprimere ciò che spesso non riusciamo a dire con le parole. A livello sociale, a mio parere, l’arte ha un enorme impatto soprattutto in ambito educativo e, se utilizzata in modo consapevole, può creare connessioni profonde là dove difficilmente se ne formerebbero.
Noto, nei percorsi che seguo, che attraverso l’arte si crea una comunicazione fin da subito molto più intima e perciò più efficace nel condividere e rielaborare i propri vissuti.
Guardando avanti, quali idee, temi o progetti senti di voler sviluppare?
Guardando avanti, mi affascina molto il ruolo della fotografia nell’arte ed, essendo la mia una ricerca molto fitta e intima, ogni volta che scopro o incontro un nuovo medium penso subito a come potrei utilizzarlo per esprimere, in tutto o in parte, ciò che questa comprende.
Attualmente i progetti già attivi, anche grazie al lavoro delle mie curatrici Viola Moschettini e Patrizia Martelossi e delle gallerie Craving Art Gallery e Aperto Gallery, vedranno nel corso del 2026 la loro realizzazione in mostre ed esposizioni particolari, quindi sono concentrato su questi obiettivi.
Allo stesso tempo, essendo una persona molto permeabile, rimango sempre aperto a temi o progetti differenti che nel corso dell’anno possano stimolare la mia creatività, sperimentando nuove cifre stilistiche, purché non stravolgano la mia ricerca artistica. Credo sia importante, e sento il bisogno, di fare ancora molte esperienze prima di affrontare nuove tematiche che richiedono necessariamente tempo e spazio.
Michele Schirinzi davanti all’opera “Frammenti di memorie nr.3”, mixed media. Foto courtesy l’artista.
Ringraziamo Michele per aver condiviso con noi la sua ricerca e per la gentile concessione delle immagini.
Vi invitiamo a seguirlo sulla sua pagina Instagram.
due note sull'autore di questo articolo / intanto commenta e seguici sui social ...
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.






