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INTERVISTA A ERIK: GRAFFITI, TRENI E AVANGUARDIA

Storia di uno dei primi train bomber di Bologna

Chiara Righi3 Aprile 2026

Erik, conosciuto anche come Base o Beis, ammette: “Finché c’è gente che va a dipingere i treni, io sono contento”.

Sa bene che quel fenomeno a Bologna è dilagato a causa sua e dei suoi amici, che a metà degli anni ’90 si dedicarono pienamente alla pratica del train bombing, segnando una nuova era del graffito bolognese.

In compagnia di Catalina T. Salvi ho avuto la possibilità di fare una chiacchierata con lui, scoprendo la sua esperienza e il suo punto di vista sul mondo dei graffiti. Una passione che è nata dal fascino per la calligrafia e le tag, per poi trasformarsi in uno spazio di libertà irrinunciabile.

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Graffito di Erik, Bologna.

 

 

Cosa ti ha attirato fin da subito del writing?

 

Amo proprio la calligrafia. Credo che la scrittura sia una cosa intima, personale, che ti rispecchia profondamente. Fin da subito sono stato attratto da questo aspetto, già a partire dalle tag.

 

 

 

Sei stato un protagonista importante del writing bolognese negli anni ’90, anche per quanto riguarda il mondo del trainbombing. Al tempo hai fatto parte di alcune crew e compagnie storiche, ci racconti com’era la situazione a Bologna?

 

Sì, inizialmente ho fatto parte di una crew incentrata sul trainbombing inventata da Texas che si chiamava WMN (Without Making Noise), di cui faceva parte anche Chob. Per me Texas è stato un personaggio chiave: sia umanamente, perché è una grande persona, ma anche per la sua conoscenza, per cui è riuscito a comunicarmi quella mentalità. Io ho imparato da lui, ho fatto quello che mi diceva. Senza Texas non ci sarei, suppongo, oppure avrei smesso dopo poco. Ci siamo ritrovati in classe insieme e siamo diventati amici. Ho fatto quello che mi consigliava, poi chiaramente ognuno prende la sua strada.

Andavamo a dipingere al Ravone e da lì poi sono nati gli RB (i Ravone Burners) con Longe: per me Longe è un plotter, io ho imparato tantissimo solo guardandolo. Mi ricordo certe outline viste mentre stavamo facendo un treno, la sua capacità di fare linee dritte, perfette! Stessa cosa vale per Chob, credo siano le mani più potenti e fighe: hanno quella gestualità, quel movimento, quel controllo degli spray che nel writing è importante.

Ricordo che in quel periodo, nella seconda metà degli anni ’90, ci guardavamo tutte le fanzine francesi e c’era questa scuola french che stava emergendo: Seb, Opak, Honet, gli FMK,  SDK. Loro hanno veramente sparigliato il gioco in quel momento lì. Erano diversi da tutti i graffiti stile New York che avevamo visto fino ad allora; stravolgevano le lettere, rendendole, non solo più leggibili, ma creando una forma nuova. Erano pezzi diversi, completamente diversi da quello che si era visto prima: c’era molta più grafica, molto più logo, molte più campiture nette, più contrasti cromatici e meno lettering hip hop. Erano cose diverse. Infatti quelli erano punk, uno era uno skinhead (non di destra chiaramente): venivano da tutto un altro contesto.

Dagli RB poi sono nati i BBS e secondo me sono stati molto ispirati da questo nuovo modo. Infatti hanno iniziato uno stile che in Italia non c’era da nessuna parte. Se tu vedi le cose dei BBS, anche le prime, erano molto diverse da tutto quello che si era visto fino a quel momento. Hanno dato una scossa fortissima al gioco e questo secondo me va detto, perché in quegli anni lì loro si sono presi la città, ed è giusto che sia stato così. Facevano le tag belle grandi, con questi fat argento giganteschi, davvero molto forti. Altri writer avevano magari molte tag, però con uno stile che rispetto al loro risultava più timido, erano stilosi ma meno d’impatto.

Quel periodo di Bologna però l’ho vissuto meno perché ho cominciato a dipingere con la AKS, che è una crew italiana abbastanza famosa di trainbombers del nord Italia, che poi si è allargata a Roma, quindi stavo meno tempo a Bologna. I fine settimana me li passavo nelle yard del nord Italia o a Roma, quindi mi sono un po’ tolto da questo giro.

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Pannello di Erik WMN.  

 

 

Se non sbaglio però hai fatto parte degli OV?

 

Esatto, più avanti invece sono entrato negli OV, che era un gruppo pre-esistente che faceva rap formato da Nico e Fedeblow. Come writer c’era Spoon, che è un grandissimo di Bologna: lui abitava in Bolognina e ha fatto moltissime cose insieme a Ombre. Con loro uscivo spesso, c’era un rapporto di amicizia molto grande tra me e Spoon, quindi lui mi ha convinto a entrare nella Crew.

OV significava “Horror Vacui”, ma Horror si scrive con l’H! A me che avevo fatto anche il liceo classico mi sono girati subito: ho avuto subito un problema grave con questa cosa. Ho spinto tantissimo per cambiare il significato in “Original Vez”, che invece è molto più bolognese, molto più nostro e alla fine ci sono riuscito!

Quando sono entrato in quella crew ho cercato di dare una spinta molto forte a tutto quello che era il lato del writing, quindi piano piano ci siamo allargati e sono entrati anche ragazzi come Side e Rain.

Purtroppo come crew non abbiamo fatto quel salto che io avrei voluto fare. In realtà la produzione c’era e c’è ancora: abbiamo fatto tanto, però non è mai stato pubblicato ed stato molto poco quello che abbiamo raccolto dal nostro lavoro. Pensa che abbiamo prodotto una delle murate più lunghe a Bologna, a Ponte di San Donato, e anche al Lunetta Gamberini abbiamo sempre fatto delle murate molto grandi, organiche, cambiate di frequente in modo che il muro fosse sempre molto fresco.

Con la OV è un po’ finito tutto intorno al 2011, anche perché io mi sono trasferito in Spagna.

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Pannello di Erik OV.

 

 

 

Oggi dipingi spesso con Moe, o sbaglio?

 

Certo, Moe lo conobbi già nel 2001 a una jam a Termoli dove invitò me e Spoon, situazione che peraltro fu un spartiacque anche per me, perché conobbi dei romani con cui poi sono entrato in crew. Insomma, una bella situazione.

Quando Moe venne a vivere a Bologna mi sono accorto subito che era arrivato un nuovo player forte nel gioco e faceva rumore. Dopo un po’ di tempo abbiamo cominciato a disegnare insieme: lui portava mentalità un po’ più fresca, la voglia di dipingere costantemente, farsi vedere, fare colori simili. Era un po’ più internazionale come mentalità e io l’ho apprezzata subito.

Inoltre lui ha un’attitudine fantastica per organizzare eventi, ha molta voglia di fare e soprattutto non demorde quando magari le cose non sembrano proprio così positive.

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Graffito di Moe ed Erik (Base). 

 

 

Ci sono dei paletti etici che rispetti nella tua azione?

 

Non voglio mischiarmi con la politica, né da una parte né dall’altra: il writing secondo me deve stare veramente al di fuori di questo. Uno può avere le idee politiche che vuole, però il writing in sé come disciplina, come attività, come azione, non ha nessun senso che venga connotato politicamente.

Qui a Bologna abbiamo avuto un lungo periodo in cui gli eventi legali legati ai graffiti erano sempre mediati dalla politica o dalle associazioni, e per me era un problema. La voglia di organizzare ce l’avevo ma io sono uno che non riesce a scendere troppo a compromessi, soprattutto con chi mi parla in politichese: ho proprio un’avversione. Non ho la pazienza di fare riunioni su riunioni, sentire fiumi di parole, per poi ottenere 2 invece di 10. Non mi piace, se vedo dall’inizio che mi stai prendendo in giro non perdo il mio tempo.

A quel punto preferisco andare a dipingere per i fatti miei, tanto per me l’importante è dipingere, non è altro.

 

 

 

Quando hai iniziato a dipingere tu negli anni ‘90 eravate in pochi a praticare la disciplina del writing. Oggi Bologna è sommersa da tag e pezzi, secondo te a cosa è dovuto questo successo intramontabile dei graffiti?

 

Secondo me il writing è l’avanguardia artistica più forte del secolo, non solo per la bellezza estetica, ma proprio per tutto quello che lo coinvolge, quindi l’azione e quello che rimane anche nell’immaginario collettivo di chi lo guarda.

Se chiedi ai ragazzini, la maggior parte ama i graffiti, perché sono colorati, sono fighi, ti danno l’idea di fare qualcosa di tosto, illegale. Il writing sfrutta lo stesso meccanismo della pubblicità: è riuscito a condensare il significato in poche immagini, in poche scritte e nella loro ripetizione. È un linguaggio immediato, potente, diretto e comprensibile a tutti.

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Erik, Bologna, 2012.

 

 

Credi che oggi, per un giovane che vuole avvicinarsi al movimento e iniziare a dipingere, sia più semplice rispetto a una volta?

 

Sicuramente sì. Ad esempio, adesso ci sono i negozi di spray specializzati, che solitamente sono gestiti da writer. Avere il negozio in città ti dà già un punto di riferimento. Lì c’è sempre gente che gravita intorno: tu al pomeriggio vai là e puoi parlare di graffiti con chiunque. Questo secondo me è un grande plus, perché è quello che permette poi a una scena di emergere.
Negli anni ’90 era tutto più complesso, sia individuare gli altri writer, sia trovare gli spray. Noi da ragazzi andavamo al Mazzini a comprare le bombolette da una mesticheria gestita da un vecchio. Però non è che ci fosse una grande gamma di scelta, prendevi quello che ti capitava. Se tu volevi fare un pezzo in un certo modo, ti trovavi a dire: “Ah cazzo il colore non ce l’ho, ce l’hai te?” – “No. E vabbè come facciamo?”.

Capisci che limite è?

 

 

 

Capisco, adesso si ordina online in un attimo. Però tu sottolinei il fatto che il negozio specializzato sia anche un punto di riferimento e di ritrovo per le persone, giusto?

 

Esatto. Nel 2011 sono partito e sono andato a vivere in Spagna per un paio di anni: ho avuto questa botta di vita e mi sono trasferito a Barcellona. Dal punto di vista del writing era molto molto interessante. La cosa più bella di Barcellona secondo me è sempre stata proprio il negozio di spray della Montana: grande, gigante, con writers che lo gestiscono, mostre organizzate da writers, pomeriggi di bozzetti. Cioè cose vere, real 100%.

C’era una bellissima atmosfera. Là dipingevo anche con degli italiani che conoscevo bene, uno è Ares che è dei TMA di Pesaro, che è un tipo tostissimo, e l’altro è Fen di Brindisi che è anche lui super tosto. Quindi avevamo fatto questa balotta di italiani, però dipingevamo sempre anche con ragazzi locali e stranieri che arrivavano; era molto divertente questa attitudine che c’era là.

L’unica cosa triste è il fatto che i pezzi che facevi venivano coperti velocemente anche se avevi fatto la Hall of Fame della vita, perché comunque c’era talmente tanta gente che disegnava che non potevi sperare che il tuo pezzo rimanesse a lungo. A meno che tu non lo facessi illegalmente, in quel caso sì. E lì ne abbiamo fatti abbastanza, c’erano molti posti abbandonati, molti lungolinea: ecco, quello era molto divertente.

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Erik a Bologna. 

 

 

Proprio perché i graffiti sono un linguaggio diretto e forte, sono stati utilizzati molto anche nel marketing e nel mondo pubblicitario. Saresti d’accordo nel concedere il tuo lavoro a un marchio che lo usa per veicolare i propri messaggi?

 

A me fare le commissioni non piace. Perché non mi piace che uno mi dica “devi fare questa cosa”: a me piace scrivere, fare writing e basta. Rispetto le persone che fanno le commissioni perché è una scelta, non trovo niente di sbagliato in chi vuole trasformare questa passione in un lavoro. A me però non è mai interessato.

Ovviamente le agenzie pubblicitarie e i grandi designer hanno capito immediatamente che i graffiti avevano un grande potenziale e li hanno sfruttati a proprio vantaggio. Ma non ci vedo niente di male perché fanno parte della città, dell’immaginario collettivo. Mi viene in mente ad esempio MTV che ha sfruttato moltissimo la grafica dei graffiti: non vedo quale sia il problema, tra l’altro MTV faceva delle cose fighissime a livello di animazione, quindi perché dovrei criticare chi ha deciso di lavorarci? Ci sta farlo, perché non portare il writing anche lì?

Comunque lavorare su commissione dipende da come sei tu. Per esempio, a me le cose vengono a noia molto presto, quindi se io dovessi fare del writing un lavoro, avrei paura che potrebbe annoiarmi. Mi piace che sia il mio sfogo. Non deve essere una cosa che faccio per forza se non ne ho voglia.

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Erik (Beis) e Moe. 

Da appassionato di calligrafia, ci faresti la lettura di com’è cambiato lo stile lungo le strade delle nostre città, rispetto a quando hai iniziato a dipingere tu?

È cambiata in generale la realtà, perché con l’arrivo di internet sono aumentate drasticamente le possibilità sia di conoscere che di scambiarsi le foto. Questo ha un po’ massificato e conformato gli stili, però la qualità a me sembra aumentata: ci sono dei ragazzi che iniziano e dopo un anno fanno dei graffiti spettacolari. Questo succede perché ci sono i video, perché trovano il tool giusto, ci sono molte spiegazioni e moltissimi supporti visivi. Non voglio dire che adesso è più facile, è diverso.

I ragazzi sono molto seriali, dipingono moltissimo e hanno anche la volontà di filmarsi, un po’ di esibizionismo. Poi oggi c’è talmente tanta gente che dipinge che è difficile definire l’intero fenomeno, si è così allargato che per forza è diventato un po’ commerciale.

Però sì, secondo me in generale si è un po’ massificato lo stile, si manifesta meno uno stile personale, esce più qualcosa di già visto. Però è così, è figlio del tempo: non è una colpa, non è un giudizio negativo, è semplicemente così. Non ci puoi fare niente.

Comunque sia, finché c’è gente che va a dipingere i treni, io sono contento. Qualsiasi cosa facciano.

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Erik sul lungolinea a Bologna.

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Erik, Bologna, 2023. 

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Erik e Moe. 

 

Ringraziamo Erik per la bella chiacchierata e per la concessione nell’uso delle immagini.

Vi invitiamo a seguirlo sulla sua pagina Instagram.

 

 

 

 

 

Se vuoi sapere di più su Moe e la sua storia, vai all’articolo Moe, una vita dedicata al writing.

Se invece ti interessa scoprire altre riflessioni sul mondo del writing nate da un altro protagonista del graffito bolognese vai a Dado e il writing come linguaggio collettivo.

Per scoprire di più sul writing bolognese ti consiglio di leggere l’articolo Dalla strada, per la strada: Pazo racconta la BLQ , in cui scoprirai lo spirito delle prime associazioni nate da writer in città.

Se invece vuoi scoprire da dove nasce il fenomeno dei graffiti in maniera semplice, vai all’articolo Ti sporco il muro! Storia di un movimento di massa.

 


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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.
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