Riccardo Raviola, in arte Draw, negli anni Novanta ha iniziato a disegnare sui muri e sulla pelle.
Oggi molti writer si guadagnano da vivere tatuando. Negli anni Novanta però il legame tra writing e tatuaggio non era ancora così evidente. In questa intervista, Draw, tra i primi writer italiani che iniziò a tatuare, ci racconta come queste due sottoculture abbiano iniziato a incontrarsi.
Intorno al 1992 si avvicina ai graffiti, appassionandosi particolarmente al mondo dei puppet e alla loro capacità di raccontare. Poco dopo riconosce nei tatuaggi la stessa forza espressiva e inizia a seguire quella linea rossa che, negli anni, finirà per unire muro e pelle.
Oggi moltissimi writer si guadagnano da vivere facendo tatuaggi. Negli anni ‘90 però il legame tra questi due mondi non era ancora nato.
Tu sei stato tra i primi writer bolognesi ad interessarti al mondo del tatuaggio. Cosa ti ha portato ad avvicinarti?
All’epoca i tatuaggi erano uno stigma, eppure io li ho sempre avuti in casa. Mio padre era Magnus, un disegnatore di fumetti oscuro, che faceva delle storie nere o erotiche, e probabilmente era l’unico del ’39 che aveva dei tatuaggi. Chiaramente oggi ci sono un sacco di fumettisti con i tatuaggi: ai tempi c’era solo mio padre.
Mia madre invece era un’ex hippie e negli anni ’60-’70 era andata in India, tornando con dei tatuaggini. Inoltre mia mamma era amica di Stefano “Ciccio” Panzacchi e Marco Leoni, pionieri del tatuaggio in Italia negli anni ’70, che nel tempo a loro volta divennero amici anche di mio padre. Essendo lui tatuato e un appassionato di tatuaggi, gli disegnò vari biglietti da visita, di cui uno vinse il primo premio “Miglior biglietto da visita” della Tattoo Convention di Amsterdam 1984.
Quindi la cultura dei tatuaggi è sempre stata in casa mia, anche se ho avuto il permesso di tatuarmi solo quando sono stato maggiorenne, anche se il primo l’ho fatto ‘di nascosto’ in camera mia a 17 anni!
I tatuaggi dei miei genitori erano disegni fatti con aghi all’antica, che potremmo definire “da galera”. Un giorno però un mio amico stretto, che come me faceva tag ed era legato al mondo dello skateboard, si presentò con un tatuaggio moderno sulle gambe. Io sono rimasto sconvolto e ogni dieci minuti gli chiedevo di mostrarmi il disegno! Successivamente un altro amico comprò la macchinetta e si mise a tatuare. Io fui la sua seconda ‘cavia’ e fu lui a farmi provare la macchinetta: fu proprio lui a darmi i primi erudimenti!
Insomma, il mio interesse si è sviluppato naturalmente avendo visto i tatuaggi già in casa, poi vedendoli apparire poco alla volta tra gli amici. Non saprei dirti esattamente qual è il passaggio mentale che ho fatto: mi sono sempre interessate le cose strane e anche scomode. Il writing e i tatuaggi erano proprio questo.
Come hai capito che il writing e il tatuaggio potevano parlarsi? Che i graffiti potessero uscire dal muro e arrivare alla pelle?
A quel tempo ovviamente non c’era internet e per informarsi si compravano le riviste specializzate. Ricordo che tra quelle pagine, da metà anni ’90, iniziai a vedere degli studi di tatuaggi americani che ammiccavano un po’ al writing. Le donnine e gli omini erano fatti in un certo modo: non erano in stile marinaio, ma sembravano un po’ i puppet di Mode2.
Non credo che gli americani fossero più avanti, ma erano meno condizionati dai retaggi tradizionali rispetto a noi e avevano un pubblico più vasto. Da loro iniziai a vedere qualcuno che proponeva il tema delle tag sulla pelle e a notare tatuatori che erano legati anche al mondo degli spray, dei cartoon e con lo stile tipico dei fumetti, come Seen. Quindi sono arrivato a fare questo collegamento. Ho pensato: “Allora posso farlo anch’io”.
Come hai trasformato il tatuaggio in un mestiere?
Ho sempre amato disegnare e, già da ragazzo, ho iniziato a proporre i miei disegni ai tatuatori. Andavo nei pochi negozi esistenti di tattoo insieme a mio padre e, mentre lui faceva le sue chiacchiere, io ne approfittavo per mostrare i miei disegni.
Diventò un lavoro effettivo sul finire del liceo. Mio padre era morto da poco e non sapevo bene cosa fare della mia vita. Un mio amico aveva aperto un negozio di tatuaggi e mi aveva chiesto di decorare le pareti con dei disegni a spray. Lavorando lì mi sono sentito un po’ a casa. Gli ho chiesto se poteva insegnarmi a tatuare e da lì ho iniziato a fare la gavetta. Così è iniziato il mio percorso professionale.
Ad agevolare l’interscambio tra il ruolo di tatuatore e di writer c’è il fatto che tu sia un bravissimo disegnatore. Nell’ambito del writing, tutti ti ricordano come uno dei migliori creatori di puppet di Bologna. Cosa ti ha portato a privilegiare le figure rispetto alle lettere?
Fin da piccolo ho sempre disegnato. Infatti, nonostante io abbia avuto diverse tag, come Pixu, Naso o Rick, quella che poi mi sono tenuto è Draw, proprio perché ho scelto di occuparmi principalmente dei disegni.
A inizio anni ’90 rimanevo colpito vedendo i puppet dei ragazzi più grandi. A differenza di oggi, c’era la necessità di veicolare dei messaggi e le figure aiutavano in questo compito. Ricordo, ad esempio, il lungo linea ferroviario con i puppet di Dayakee o ZeroT,i puppet di Dart all’Isola nel Kantiere, il pezzo di fronte all’Accademia di Belle Arti e a Porta Mascarella. Oppure al DAMS, dove Rusty disegnò un maialino con scritto “Non voglio diventare una salsiccia”. È vegetariano da allora e fece questo disegno bellissimo, con anche un cimitero. Rafforzava molto quello che voleva comunicare.
Nel 1997 vieni invitato ad entrare nella crew più iconica di Bologna: l’SPA. Com’è stata questa esperienza?
Con l’SPA mi sono sempre occupato delle parti figurative. Forse pigramente mi sono un po’ adagiato nel dedicarmi solo ai puppet: ho sempre studiato e ancora oggi studio le lettere in mille modi, ma in quel caso ero in una crew in cui tutti erano bravissimi nelle scritte, perché c’erano Rusty, Ciufs, Dado e Benja. Sulle lettere con loro non avevo gara, quanto loro non ne avevano con me sul figurativo. Però mi sono sempre reso conto che il mio ruolo era importante.
Oggi la percezione forse è diversa, ma al tempo la gente, anche davanti alla hall of fame più bella, ti diceva: “Ma non si legge niente”. Per questo avere una figura permetteva di appoggiarsi a qualcosa. È la Biblia Pauperum, ha la stessa funzione delle immagini che rappresentano la Via Crucis in chiesa: spiega la storia a chi non sa leggere.
Ancora oggi le immagini servono. È per quello che poi ha preso molto piede la street art: perché è digeribile e comprensibile per il pubblico.
A Bologna ci fu, nel 1994, un evento quasi profetico: una tattoo convention che prevedeva una mostra parallela che ospitava vari writer, intitolata Dal muro alla pelle. Già lì si poteva intravedere come questi due mondi si potessero incontrare.
Inoltre, in quell’occasione arrivò a Bologna un writer leggendario, pioniere del writing newyorkese, anch’esso appassionato di tatuaggi: Phase2.
Ti ricordi di questo evento? Hai partecipato in qualche modo?
Quell’evento fu al Link, organizzato da Jurate, SPA e gli Autocostruttori, durante la seconda Tattoo Convention. C’erano ospiti pazzeschi come H.R. Giger, Robert Williams, Mitch e tanti altri mostri sacri. Mio padre aveva disegnato le locandine/poster di quella Tatoo Convention e anche della precedente. Io ero un po’ piccolo e inesperto per poter partecipare attivamente, andai solo come spettatore “appassionatissimo”!
Purtroppo in quell’occasione non ho incontrato Phase2, l’ho conosciuto un paio di anni dopo, quando tornò a Bologna nel 1996 e tra noi è nata una bella amicizia.
Cosa hai imparato frequentando Phase2?
Abbiamo parlato di tantissimi argomenti: di cosa è sucker, di che cosa è il writing, del movimento e tanto altro. Alla fine però quello che più mi è rimasto addosso sono le sfumature: le cose piccole e fondamentali, come guardare l’angolino. Come gestiva i pieni, i vuoti, come si approcciava al muro.
Lui scardinava i procedimenti che io avevo imparato per fare un pezzo. Io procedevo sempre nella stessa maniera: imbianchi il muro, tracci la scritta, fai lo sfondo e i riempimenti dentro alle lettere, metti l’outline, pulisci e finisci. Lui invece prendeva uno spray e partiva da un punto, senza bozzetto, come se vedesse l’immagine globale già completa nella sua testa.
Una cosa particolare era che lui adorava i tappi originali: il tappino originale con cui ti vendono la bomboletta fa un segno orribile, ma lui c’era nato con quel segno lì e ha imparato a giocarselo in modo che quel tratto schifoso avesse un senso. Sapeva sfruttare anche i tappini sporchi: qui teneva un outline pulito, qui lo teneva sporco.
Sta lì l’arte del writing: devi guardare proprio nelle pieghe, nei piccoli particolari.
Anche Phase2 condivideva con te questo lungimirante fascino per i tatuaggi?
Sì, Phase2 aveva già dei tatuaggi di tipo egiziano-esoterico sulle gambe. Parlando e incontrandoci al Livello57 o a Link, saltò fuori che voleva tatuarsi da me… rimasi senza parole a accettai con piacere e soprattutto onore. Tatuare il King assoluto?! Roba da farsela sotto dalla paura!!
Ad oggi penso di esser stato l’unico writer italiano che ha tatuato Phase2. È successo tra il 1998 e il 1999, perché ero l’unico writer di Bologna che faceva questo mestiere. Ero l’unico che già allora lavorava in un negozio di tatuaggi.
I vari disegni che mi chiese di riprodurgli sono stati pubblicati sul nuovo libro biografia di Phase2 in Italia Kill tha G word.
Quel tatuaggio me lo ricordo ancora perfettamente!
Ringraziamo Draw per la simpatia, la pazienza e la gentile concessione delle immagini.
Oggi Draw continua a tatuare e a fare graffiti insieme alla BLQ, vi invitiamo a seguirlo sulla sua pagina Instagram.
Attualmente Draw fa parte della BLQ, un’associazione dedicata alla cultura dei graffiti writing, a cui abbiamo dedicato l’articolo: Pazo racconta la BLQ.
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Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.







