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JENNY SAVILLE: UN CORPO POLITICO

L'attualità scritta sulla pelle

Chiara Righi7 Settembre 2026

Jenny Saville è una delle più spietate pittrici britanniche, che attraverso una pittura cinica e virtuosa ci racconta gli effetti della società sul nostro corpo. La pelle e la carne diventano i luoghi in cui il potere scrive le proprie regole, attraverso i canoni estetici e le situazioni di conflitto.

Vi propongo una lettura del suo lavoro che spazia dal corpo come soggetto del controllo, come oggetto di consumo e come luogo liberato.

Jenny Saville | ‘Reverse’

Jenny Saville, “Reverse”, 2002-2003. Foto di .

 

Nel 1970, quando nasceva Jenny Saville, dalle piazze femministe si innalzava lo slogan: “il personale è politico”. All’epoca iniziava ad emergere la consapevolezza di come il corpo della donna fosse territorio di scontro ideologico. Tutti si sentivano nella posizione di sindacare su di lui, decretando se andasse coperto, scoperto, ingravidato, ingrassato, dimagrito o ritoccato. Era un corpo controllato, tanto che dopo il matrimonio doveva esibire in pubblico le tracce della propria perdita di verginità. Era un corpo che, spesso, non poteva nemmeno uscire di casa da solo.

La sua condizione sottomessa al controllo non si è mai completamente risolta. Si è protratta fino a oggi.

 

Jenny Saville è una delle artiste che meglio racconta questa prigionia. Nelle sue opere, la violenza della società viene incassata e restituita attraverso le deformazioni del corpo.

Negli anni ’90 Jenny era una delle giovani stelle degli Young British Artists. Una ragazza sensibile che percepiva tutto il peso delle aspettative su di lei. La sua ricerca pittorica parte dall’autoritratto e si spinge in profondità, come una seduta di psicanalisi. Sulla tela emerge una visione distorta, quasi allucinata, di sé stessa. Non è un ritratto obiettivo, ma il racconto di come la società dei consumi porti le donne a sentirsi sempre inadeguate.

1992 Jenny Saville 22

Jenny Saville, “Branded”, 1992. Foto di David García Rodríguez.

 

 

Un corpo da controllare

Il suo dolore si fa enorme, come le dimensioni monumentali delle sue tele. I dipinti mostrano quasi sempre lei, sola, davanti allo specchio. Noi la osserviamo da dietro il vetro, senza vedere la reale forma del suo corpo, ma il dolore che lo gonfia e lo corrode da dentro.

Jenny Saville non ha mai sofferto di obesità, eppure dipinge un corpo strabordante di grasso, flaccido, ingestibile. Un corpo paranoide, umiliato nella sua nudità ingombrante e goffa.

Sono corpi che ci assomigliano. Hanno la cellulite, le smagliature, la pancia morbida e le cicatrici, ma che percepiamo come sbagliati. Succede perché abbiamo interiorizzato i canoni estetici che la società ci trasmette attraverso pubblicità, televisione e social network, tanto che siamo diventati i giudici più severi di noi stessi. Siamo finiti per provare ribrezzo guardandoci.

Jenny Saville ‘Ruben's Flap' 1999 oil on canvas

Jenny Saville, “Ruben’s Flap”, 1999. Foto di .

 

Quelli di Jenny Saville sono corpi politici perché assorbono e raccontano l’attualità. Non potrebbero esistere fuori dalla società dei consumi: sono la conseguenza indesiderata della bulimia consumistica. Sono gli involucri sovra-nutriti dai fast food, della sedentarietà immobile e della depressione cronica che si sfoga sul cibo.

Le sue opere ci spingono a riflettere sul fatto che viviamo immersi in un meccanismo pubblicitario che ci spinge a mangiare in continuazione, proponendo il cibo non più come fonte di nutrimento, ma come desiderio. Zuccheri, grassi e alimenti ultra-processati promettono gratificazioni immediate, scariche di dopamina sempre disponibili. Gli stessi social network, i programmi televisivi e le pubblicità che ci spingono a nutrirci senza tregua però ci propongono contemporaneamente modelli magrissimi a cui dovremmo ambire: sono due messaggi contrapposti che non possono convivere.

Come può una persona che consuma senza limiti avere un aspetto asciutto e scarno?

Questa contraddizione ci porta a vivere resistendo a continue tentazioni, oppure cedendo a continui sensi di colpa.

 

Tutto ciò si riflette nelle opere di Jenny Saville, in cui troviamo un’identità frammentata, angosciata e combattuta. Per questo, su alcune figure compaiono le linee pre-operatorie delle liposuzioni: il disegno chirurgico di un corpo che deve essere corretto, disciplinato e riportato dentro un ideale estetico impossibile. La pelle diventa così il luogo in cui la società scrive le proprie regole.

 

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Jenny Saville, “Plan”, 1993. L’opera “Piano” mostra il corpo di una donna con i segni pre-operatori per la liposuzione. Foto di Estética.

 

 

Un corpo liberato

Nonostante le considerazioni precedenti, osservando i ritratti di Jenny Saville succede qualcosa di sorprendente: non ci sentiamo oppressi, ma sollevati.

L’esibizione disinibita di quelle forme “sbagliate” è liberatoria. Tutto ciò che generalmente tentiamo di nascondere (pieghe, lividi, rughe, macchie, grasso) è mostrato senza censura, senza nessuna volontà di abbellimento. Vedere i difetti celebrati in modo maestoso ha un effetto catartico. Jenny Saville guarda quei corpi con amore e compassione: sono mostrati con orgoglio e finalmente senza vergogna.

La dimensione della monumentalità, storicamente riservata agli eroi, alle dee e ai santi, è dedicata a ciò che la società ritiene uno scarto indesiderabile. Invece quei corpi massicci sono celebrati con la più bella pittura possibile: i colori che colano, le sovrapposizioni materiche, i contrasti vividi e pulsanti sono goduriosi e glorificano un soggetto sproporzionato.

 

Dal 2000 in avanti, Jenny Saville esplora anche zone liminali, in cui l’identità maschile e femminile si fondono, senza rispettare limiti netti. È il caso dei suoi ermafroditi e transessuali, che ci appaiono perturbanti ma anche incredibilmente liberi e disinvolti.

Trovarsi tra peni, seni di silicone e gambe aperte mette a disagio l’osservatore, sfidando tutti i tabù. Sembra di essere dentro un freak show, ma anche in un mondo libero da censure e imbarazzi. I corpi che la società definisce brutti, eccessivi o sbagliati, nell’universo di Jenny Saville sono accettati. Sono semplicemente degni di esistere.

Jenny Saville ‘Hyphen' 1999 oil on canvas

Jenny Saville, “Hyphen”, 1999. Foto di .

 

 

Il corpo oggetto

Un’altra ossessione attraversa il lavoro di Jenny Saville: il corpo come merce.

Fin dalle sue prime opere, il corpo della donna è proposto anche in chiave di ammasso di carne, con parallelismi espliciti alla carne animale. Le figure sembrano sanguinare, schiacciarsi, accatastarsi come quarti di macelleria sul banco di un supermercato. Il corpo della donna diventa quindi un oggetto per il mondo del consumo di massa. Non ha più sembianze umane, è solo carne esposta, desiderata, giudicata, usata e scartata.

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Jenny Saville, “Fulcrum”. 1998-99. Foto di .

Negli ultimi anni questa riflessione si è allargata. Il corpo sacrificato come carne da macello torna, andando oltre il tema femminile e sconfinando in quello dei diritti umani violati. Le guerre, i bombardamenti, i migranti, i conflitti militari trasformano i cittadini in materiale sacrificabile. Saville guarda ai civili inermi, ai migranti, ai genitori che tengono tra le braccia i cadaveri dei loro figli. Alcuni di questi citano le Pietà di Michelangelo, ma sono prive di speranza.

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Jenny Saville, “Pietà Blu”, 2018. Foto di 

 

I bambini morti sono i protagonisti principali di questi lavori: sono figure che gravano sulla nostra coscienza. Gli adulti portano il peso, il lutto e la responsabilità collettiva dei loro corpi senza vita.

Il discorso di Jenny Saville si fa universale, condannando le guerre e le barbarie. Per fare ciò la sua tavolozza cambia: i colori sono rarefatti e i segni si sfaldano. I rosa accesi e gli incarnati vibranti lasciano spazio a grigi, azzurri e tonalità fredde. Le figure non hanno più la massa monumentale degli anni precedenti, ma diventano trasparenti, sembrano evaporare dentro la tela. È come se la materia stessa stesse scomparendo, insieme al futuro dell’umanità.

 

Il suo messaggio è quindi una cronaca della sofferenza: il corpo è politico perché la pelle raccoglie i segni lasciati da ogni epoca. Oggi abbiamo quelli lasciati dalle pubblicità, dalle diete, dalla chirurgia estetica e dal controllo dello sguardo, ma abbiamo anche quelli ancor più atroci lasciati dalle guerre, dai confini e dall’indifferenza.

A causa dei venti di guerra che soffiano sempre più violentemente in questi anni, l’attenzione di Jenny Saville si è spostata sempre più verso una supplica di umanità. Se un tempo raccontava un corpo schiacciato dagli standard estetici, oggi racconta un corpo sacrificato dal potere.

Jenny Saville ‘Aleppo' 2018 pastel and charcoal

Jenny Saville, “Aleppo”, 2018. 

 

2 Jenny Saville

Jenny Saville, “Suspension”, 2002-2003. 

 

Strategy

Jenny Saville, “Strategy”, 1994. L’immagine propone le foto pre-operatorie. Foto di .

 

 

 


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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.
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