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SPONE: PRIMA LA CREW, POI IL RESTO

Intervista a Sp1, fondatore degli OV

Chiara Righi21 Giugno 2026

Spone, o Sp1, è stato un protagonista del writing bolognese, che ha lasciato un segno profondo sui muri della città tra gli anni Novanta e Duemila.

Il divertimento e la condivisione della vita con gli amici sono due aspetti fondamentali che emergono dalla sua testimonianza. È stato lui, insieme a Ombre, a fondare quella che, sorridendo, ricorda come «la crew più simpatica di Bologna»: la OV. Attraverso questo progetto, Spone ha portato avanti un’idea di famiglia hip hop, unita da fortissimi legami di amicizia e capace di diventare un punto di riferimento sia per i graffiti, sia per il rap.

In compagnia di Catalina T. Salvi ho avuto modo di incontrarlo e raccogliere la sua esperienza all’interno della scena.

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Spone, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Ciao Spone!

In che anno ti sei avvicinato al writing e perché?

 

Era il 1996. Questo tragitto è iniziato tutto per gioco, così come poi è finito. Il viaggio, però, è stato una cosa allucinante, perché con i ragazzi abbiamo vissuto insieme.

Ho iniziato ad avvicinarmi al writing conoscendo amici fuori Bologna, nella zona di Cento/Pieve di Cento. Frequentavo lì la scuola di grafica e ho iniziato con questi ragazzi che taggavano Zedo, Ginko e Mako2.

Scoprii solo dopo che a Bologna c’era una scena incredibile, con gente come Dado, Rusty e Deemo, che mi spalancarono le porte di un mondo incredibile. Allora non immaginavo cosa potesse esserci qui in città: è stato stupefacente.

Insomma, inizialmente possiamo dire che sono nato totalmente vergine da influenze bolognesi.

 

 

 

Come sei riuscito a intercettare e a conoscere gli altri writer di Bologna?

 

Ombre e Mad li ho conosciuti a qualche evento o serata, forse ci ha presentati qualcuno, così com’è poi successo con Erik, ma funzionava sempre così.

Bologna era piccola ma piena di eventi e centri sociali: ci si trovava a Zona Dopa, al Link, era inevitabile conoscersi! Capisco che adesso sia difficile da immaginare, perché non abbiamo più i luoghi. C’erano il Teatro Polivalente Occupato (quello vecchio), il Link, il Livello57 e tanto altro, che proponevano programmi molto vari, mescolando elettronica, hip hop, punk e spettacoli, raggruppando tante persone.

Alla stessa serata poteva esserci un mutoide, un writer, un raver, un punkabbestia: a nessuno era precluso l’evento. Quindi la contaminazione era continua, su tutto.

Magari ascoltavi rap ma ti trovavi a parlare di punk, che era molto presente anche tra i writer… Mi viene in mente Deemo, che aveva una bella cresta!

Giusto per dare un’idea, ricordo che nel 2001 ci fu un evento che fu una roba meravigliosa. Si chiamava 2001 Odissea negli spazi: tutti i centri sociali erano aperti con un solo biglietto, tutti con proposte diverse per tutta la notte. Immagina quattro o cinque centri sociali attivi tutta la notte con degli eventi bellissimi. Ci si conosceva così, in queste situazioni.

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Spone, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Guardando i tuoi graffiti, si nota che il tuo stile si è evoluto molto nel tempo, cambiando varie volte. A cosa è dovuto questo cambiamento?

 

Credo sia successo frequentando le persone. All’epoca c’era la regola fondamentale di evitare di copiarsi, ma era anche inevitabile influenzarsi. Questa contaminazione è stata “volontariamente involontaria”, perché era proprio bello condividere le cose.

Ad esempio, frequentare Erik, che è stato mio fratello di sangue, ha depurato molto il mio modo di disegnare. Secondo lui le lettere dovevano essere leggibili ed era più pulito nelle forme: lavorare con lui, effettivamente, ha pulito parecchio i miei pezzi.

 

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Spone ed Erik, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Il tuo nome è legato a doppio filo al quartiere della Bolognina. Cosa ti ha portato a essere così legato a questo quartiere?

 

L’esponente della Bolognina è prima di tutto Ciufs, lui c’era prima di me. Anch’io però abitavo lì ed è chiaro che battessi le strade e le zone vicine a casa mia.

Sono partito da solo: verso le due di notte controllavo che i miei genitori fossero andati a dormire e uscivo con il mio zainetto. Ho fatto un gran bombing sulle serrande, sui camioncini, sui furgoni. Martellavo sempre nelle stesse zone finché non mi lasciavano.

Giravo nella mia zona e soprattutto scrivevo sulle serrande, perché avevo notato che, essendo di privati, spesso e volentieri avevano poca voglia di cancellare.

A volte poi gliele pulivo, perché a un certo punto la serranda diventava schifosa di tag e allora ci facevo sopra qualcosa di bello, che poi lasciavano volentieri. In quel periodo eravamo in tanti e spesso c’erano veramente delle serrande brutte: quando le vedevi così coperte ti sentivi libero di poterci piantare sopra un bel disegno.

Da molti negozianti addirittura sono passato in incognito nei giorni successivi e mi hanno detto: «Guarda che bello questo disegno, me l’hanno fatto e non l’ho neanche chiesto!».

Spesso e volentieri sono arrivati dei complimenti involontari.

 

 

 

Era una sorta di modo per prenderti cura di quella zona?

 

Assolutamente sì. A volte andavo anche a chiedere alla persona a cui era stata rovinata la serranda se voleva che la sistemassi con un disegno fatto bene.

Come writer c’è anche il discorso di tenere dietro alla propria zona e trattarla bene.

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Serranda di Spone, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Il tuo legame con la Bolognina era forte come quello che legava i Mazzini Warrior al quartiere Mazzini? Continua anche dopo la fondazione della crew OV?

 

No, sinceramente no. Quando fondai la crew non tutti abitavamo alla Bolognina. Noi non avevamo un sentimento spiccato per una zona, quanto piuttosto per Bologna.

Il discorso di quartiere andava perso perché fondamentalmente eravamo una crew multi-quartiere: c’era chi abitava al Mazzini, in zona Stadio o in centro.

Per questo il discorso del quartiere non è mai stato molto forte in noi, mentre il discorso di spingere Bologna sì, tantissimo.

 

 

 

Veniamo dunque alla fondazione della crew: come sono nati gli OV-Horror Vacui?

 

La OV è stata fondata intorno al 2000 da me e Ombre. Lui ha scelto il nome Horror Vacui, che in latino significa “paura del vuoto”, e indicava la volontà di riempire tutti gli spazi e fare un wildstyle bello complesso.

Infatti con lui condividevo questa ricerca stilistica, eravamo quelli che facevano più intrecci possibili. Quindi l’inizio è stato pieno di sfrecciamenti e wildstyle complessissimi, in cui le lettere andavano a perdersi.

Successivamente in crew sono entrati Niko e Fede Blow dalla parte del rap. Poi sono arrivati Erik, Side e Rain, dalla parte dei graffiti. Infine altri due rapper, cioè Mastino (Masta) e Shezan il Ragio.

Eravamo una cosa unica e ci siamo proprio divertiti. Questo è stato il motore principale, secondo me.

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Wildstyle di Spone, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Cos’è che caratterizzava la vostra crew rispetto alle altre?

 

Eravamo matti come dei cavalli. Eravamo divertenti ma fuori misura: era la crew più simpatica di Bologna!

Avevamo tanta passione, tanta voglia di stare in giro insieme, tanta voglia di spaccare i muri, di crescere, di cambiare. Forse però queste caratteristiche non hanno contraddistinto solo la OV, per me hanno contraddistinto Bologna.

Noi siamo nati come crew legata all’hip hop, in cui provavamo a portare avanti le varie discipline. Io, ad esempio, ho iniziato come breaker: ho fatto breakdance per dieci-quindici anni. Avevo iniziato a cimentarmi anche nel rap ma, un giorno, feci due rime in amicizia con Inoki, che mi fece capire che non era cosa per me.

Dunque, a differenza di altre crew, eravamo multidisciplinari e cercavamo di portare avanti i quattro elementi dell’hip hop.

 

 

 

A Bologna c’era un’altra crew molto legata all’hip hop con una struttura simile: la PMC. Che rapporto c’era tra voi?

 

Ottimo! Anche tra i ragazzi che facevano rap nella OV e nella PMC. C’erano ottimi rapporti con tutti: Inoki, Pazo, GianniKG poi è mio fratello. Un giorno mi disse: «Mi piaci tu, sei un bravo cinno, ti sfido», e lo conobbi così[1]. Spesso era proprio sfidandosi che ci si conosceva ed era un bel modo, perché dava adito alla crescita.

OV e PMC condividevano l’idea di famiglia: più che un concetto di crew avevano proprio un’idea di famiglia hip hop. C’era la voglia di portare avanti tutte e quattro le discipline, anche se per noi questa cosa si è persa abbastanza velocemente.

 

 

 

Come mai avete perso la voglia di essere attivi su tutte le discipline?

 

Per problemi di gestione interna: se avevi più di un’attività da portare avanti era difficile stare dietro a tutti gli impegni, considerando la testa da ragazzini che avevamo allora.

Ad esempio, mi piaceva fare un po’ tutto perché volevo esserci dentro, però già facendo breakdance e volendo partecipare agli eventi dedicati ai graffiti era difficile stare dietro a tutto. C’era una crescita esponenziale in tutti i settori e non potevi essere in tutti i posti, quindi a un certo punto eri costretto a portare avanti qualcosa di specifico.

Infatti, la maggior parte delle crew era composta solo da writer e, in qualche caso, erano affiliate a gruppi hip hop. Non era comunissima una formazione come la nostra, in cui la parte musicale e i graffiti facevano parte dello stesso progetto.

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Spone, OV su ruspa, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Con la OV avete fatto tantissime murate di altissima qualità. Come vi organizzavate per coordinare insieme i pezzi? Vi dividevate i compiti?

 

Si litigava, come succede in tutte le famiglie tra fratelli! Io e Ombre spesso litigavamo su come fare una cosa o l’altra. Si discuteva sui colori, su chi doveva procurare il materiale, su chi dovesse occuparsi dello sfondo. In generale cercavamo di darci compiti diversi e di ruotarli: una volta uno faceva lo sfondo e la volta successiva toccava a un altro, oppure si cercava di farlo insieme, perché spesso chi faceva lo sfondo doveva realizzare anche i puppet e le ambientazioni. A onor del vero, però, questo compito è stato affibbiato tante volte a Ombre, perché lui era molto bravo e molto veloce, mentre noi eravamo dei culi pesi.

Poi decidevamo di volta in volta chi faceva le outline, perché realizzarle con una sola mano dava uno stile unitario alla parete, portando un metodo uniforme.

Oppure facevamo le outline individualmente ma sempre dello stesso colore, ad esempio il giallo, pensando a una coordinazione comune dei colori. Si giocava spesso su queste cose.

Erano decisioni che prendevamo abbastanza sul momento, perché noi eravamo molto sul freestyle. Ognuno si portava il proprio bozzetto e, se la colorazione che decidevamo insieme prevedeva lo sfondo nero, l’azzurro in primo piano e le outline bianche, si applicava tutto al bozzetto disegnato a casa.

Quindi il risultato finale lo scoprivi lì. Anzi, lo vedevi il giorno dopo, perché solitamente si faceva sera: solo con la luce del giorno potevi vedere davvero com’era venuto il disegno.

 

 

 

Come sceglievate i luoghi in cui dipingere?

 

Ci si guardava intorno e si diceva: «Ragazzi, ho visto un bel muro, andiamo».

Su questo non c’era mai da litigare, anche se a volte erano luoghi improbabili. Spesso trovavamo dei posti che dovevamo ripulire, ad esempio dai chiodi, facendoci un male della Madonna.

Una volta siamo andati in ferrovia scavalcando un recinto: mi ricordo un’ortica che aveva delle spine probabilmente lunghe come il mio mignolo. Io non ho mai visto una roba del genere, era alta due metri!

D’altronde andavamo a battere delle zone che non venivano pulite da anni.

 

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Murata OV, graffiti di Spone e Side, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

Hai mai pensato di trasformare i graffiti in un lavoro?

 

Non ho nulla in contrario verso chi lo fa per lavoro, però io non ho sfruttato i graffiti per guadagnarci. Considero le persone che ci lavorano assolutamente dignitose, perché hanno portato avanti il discorso del writing.

Io non l’ho fatto perché la mia passione è andata scemando nel momento in cui è mancato il coinvolgimento del gruppo. Gli OV sono durati una decina d’anni, che non è poco, ma poi ognuno è andato per la propria strada.

 

 

 

Quindi la perdita della crew-famiglia ha coinciso con la perdita della motivazione di dipingere?

 

Assolutamente sì.

Per noi prima veniva la crew, poi il resto. Però crescendo sono emersi altri interessi e questo è il motivo principale per cui la crew si è poi sfaldata: gli interessi privati dei singoli hanno preso il sopravvento su quelli del gruppo.

C’era chi cambiava città, chi cambiava amicizie, chi allargava il giro e chi lo restringeva. Si cresce ed è naturale che succeda.

Io poi non ho continuato perché non avevo più stimoli. Se non hai più la motivazione non ci puoi fare niente: ti manca.

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Spone, Bologna, 2000. 

 

 

Ci sono dei pezzi a cui sei particolarmente legato?

 

Tutto ciò che era dentro al Livello57.

Tra i vari pezzi, ricordo che c’erano due wildstyle, uno di Dado e uno di Benja con i puppet di Draw, davvero incredibili. In quel periodo Draw disegnava sempre questo puppet con la testa a ciambella, quindi bucata. Mi ha sempre affascinato quel concetto di testa col buco: penso sia un disegno molto tribale e contemporaneamente da omino dello spazio. Faceva molto “graffito sul muro delle caverne”.

Poi ricordo bene tutta la murata incredibile che fecero nel primo anno dello spazio, sotto il ponte. Vennero anche vari writer milanesi e, di nuovo, c’era un puppet iconico di Draw.

Questa volta si trattava di un galletto: un pollo che sparava con un bazooka. Era una roba incredibile!

 

 

 

Invece quali sono i tuoi pezzi a cui sei più legato?

 

La murata dei dieci anni degli OV, sicuramente. È stata davvero bella ed è stata anche una delle ultime volte che ho realizzato un graffito.

Un altro pezzo bellissimo è stato quello che ho realizzato con Rip2 e Nemo (Nemo era nostra sorella, nonostante fosse una mina vagante e solitaria). Era una murata tutta a tema egizio, chiamata Bombing and Graffiti on Tomb of Nefertiti.

Ma ne abbiamo fatti veramente tanti, quindi un po’ tutti i pezzi hanno avuto la loro importanza e hanno fatto la loro parte nella crescita del movimento.

Anche il più stupido segno che abbiamo fatto ha avuto un senso.

 

 

Ne sono convinta anch’io. Grazie per aver condiviso con noi questo viaggio nel tempo! 

 

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Spone, Nemo e Rip2, “Bombing and Graffiti on Tomb of Nefertiti”, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

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Spone, Bologna, 2001. Foto courtesy l’artista. 

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Spone, OV su furgone, Bologna. Foto courtesy l’artista. 

 

 

 

Ringraziamo Spone per la piacevole chiacchierata e per la gentile concessione nell’utilizzo delle immagini!

 

 

 

Se questo articolo ti è piaciuto, potrebbe interessarti anche l’intervista a un altro protagonista della OV: Erik. La trovi all’articolo Intervista a Erik: graffiti, treni e avanguardia.

Se invece vuoi conoscere il progetto attuale in cui è impegnato Pazo della PMC, vai all’articolo Dalla strada, per la strada: la BLQ raccontata da Pazo.

Puoi trovare l’esperienza e il pensiero di altri writer agli articoli Moe, una vita dedicata al writing e Dado, il writing come linguaggio collettivo.

 

 

 

[1] Si riferisce a una sfida di breakdance.

 

 


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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.
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