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L’arte meccanica

Chiara Righi27 marzo 2018

Manifesto futurista
(1922)

 

Ciò che noi chiamiamo l’Arte meccanica, cioè la Macchina adorata e considerata come simbolo, fonte e maestra della nuova sensibilità artistica, è nata con il primo Manifesto Futurista, nel 1919, nella più meccanica delle città d’Italia: Milano. Questo primo Manifesto, pubblicato dal Figaro, tradotto in tutte le lingue del mondo e lanciato a molte centinaia di migliaia di esemplari, conteneva idee che sconvolsero e mutarono le anime degli artisti di tutto il mondo.
«Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità. Un’automobile in corsa col suo cofano adorno di grossi tubi simili a serpenti dall’alito esplosivo… un’automobile ruggente che sembra correre sulla mitraglia, è più bella della Vittoria di Samotracia.»
«Noi canteremo le grandi folle… il vibrante fervore notturno degli arsenali… le officine… i ponti… i piroscafi avventurosi… le locomotive… e il volo scivolante degli aereoplani…». Subito dopo Marinetti sviluppa nel Manifesto Uccidiamo il chiaro di luna! e nel volume Le Futurisme (Paris, 1911), che glorifica l’Uomo moltiplicato e il Regno della Macchina. Nel 1911, appare il primo volume di testi liberi Aeroplani, di Paolo Buzzi. Nel 1911-1912 corrono pel mondo le Esposizione futuriste, che impongono la nuova sensibilità di compenetrazione, simultaneità, dinamismo plastico, formata nella passione ardente per la Macchina. Ai primi iniziatori, Boccioni, Balla, Russolo, Carrà, Severini si uniscono: Depero, Prampolini, Funi, Dudreville, Sant’Elia, Soffici, Sironi, Galli, Baldessari, Marasco. Nel’ottobre 1911 Marinetti crea le Parole in libertà Battaglia Peso + Odore, libera esaltazione delle forze meccaniche della guerra. Seguono Zang tumb tumb, Assedio di Andrianopoli e il Manifesto tecnico della letteratura futurista (1912), con queste dichiarazioni di Marinetti:
«È la solidità di una lastra d’acciaio, che c’interessa per sé stessa cioè l’alleanza incomprensibile e inumana delle sue molecole e dei suoi elettroni, che si oppongono, per esempio, alla penetrazione di un obice. Il calore di un pezzo di ferro o di legno è ormai più appassionante per noi, del sorriso o delle lagrime di una donna».
«Noi vogliamo dare, in letteratura, la vita del motore, nuovo animale istintivo del quale conosceremo l’istinto generale allorché avremo conosciuti gl’istinti delle diverse forze che lo compongono».
«Nulla è più interessante. Per un poeta futurista, che l’agitarsi della tastiera di un pianoforte meccanico. Il cinematografo ci offre la danza di un oggetto che si divide e si ricompone senza intervento umano». Nel 1912, il musicista futurista Balilla Pratella compone la sua prima opera futurista, L’Aviatore Dro, glorificazione dell’aereoplano e dell’eroismo aereo.
Nel 1913, nel suo manifesto: L’Arte dei Rumori, Luigi Russolo solo dopo aver descritto il meccanismo dei suoi intonarumori elettrici, scrive:
«Godiamo molto di più nel combinare idealmente dei rumori di tram, di motori a scoppio, di carrozze e di folle vocianti, che nel riudire l’Eroica o la Pastorale. Attraversiamo una grande capitale moderna con le orecchie più attente che gli occhi, e godiamo nel distinguere i risucchi dell’acqua, d’aria o di gas nei tubi metallici, e il borbottio dei rumori che fiatano e pulsano con una indiscutibile animalità, il palpitare delle valvole, l’andirivieni degli stantuffi, gli stridori delle seghe meccaniche, i balzi dei trams sulle rotaie… ».
Nel 1914, Boccioni lancia la magica parola «Modernolatria», sviluppandone il concetto nel suo volume Pittura e Scultura futuriste. Nello stesso anno, scoppia col fragore d’una officina inspirata il volume di Luciano Folgore Canto dei Motori.
Il 18 marzo 1914, Marinetti completa e definisce la nuova estetica futurista, col manifesto: Lo splendore geometrico e meccanico e la nuova sensibilità numerica, seguito dal manifesto Nuova religione e morale della Velocità.
Il 29 marzo 1914, nella Galleria Permanente futurista di Roma, Marinetti realizza il suo manifesto La declamazione dinamica e sinottica. Nel declamare le poesie in libertà, bisogna imitare i motori e i loro ritmi mediante una gesticolazione meccanica. Il poema parolibero Piedigrotta di Cangiullo fu presentato con una declamazione dinamico-sinottica.
Nel 1915, il pittore futurista Prampolini completa e definisce la plastica futurista nel suo manifesto Costruzione assoluta di moto-rumore. Nel 1916, il pittore Severini spiega il Macchinismo nell’arte, in un suo articolo del Mercure de France.
Nel 1917, il pittore futurista Depero crea i suoi Balli Plastici con ritmi meccanici.
La rivista olandese Mecano constatava recentemente tutto ciò, pubblicando la fotografia d’una macchina con questo titolo: Plastica moderna dello spirito italiano.
Ora, dopo innumerevoli battaglie, tentativi, ricerche, opere realizzate, vittorie indiscutibili, sentiamo il bisogno di liberarci degli ultimi avanzi della vecchia sensibilità, per creare definitivamente la nuova plastica ispirata dalla Macchina.
La Modernolatria predicatada Boccioni ci esalta sempre più. L’Epoca in cui viviamo – tipicamente futurista- si distinguerà fra tutte nella storia per la divinità che vi impera: la Macchina.
Pulegge, volantini, bulloni, ciminiere, acciaio lucido, grasso odorante, profumo di ozono delle centrali elettriche, ansare delle locomotive, urlare delle sirene, ruote dentate, pignoni!
SENSO MECCANICO, NETTO, DECISO, che ci attrae irresistibilmente!
Gli ingranaggi purificano i nostri occhi dalla nebbia dell’indeterminato. Tutto è tagliente, aristocratico, distinto.
SENTIAMO MECCANICAMENTE. CI SENTIAMO COSTRUITI IN ACCIAIO. ANCHE NOI MACCHINE. ANCHE NOI, MECCANIZZATI!
Bellezza nuovissima degli autocarri veloci che corrono con un vasto tremolare sconquassato, ma sicuro e travolgente. Infinite gioie ci danno agli occhi le architetture fantastiche delle gru, gli acciai freddi, lucenti e i palpitanti caratteri solidi, voluminosi e fugaci degli avvisi luminosi. Ecco le nostre nuove necessità spirituali e i principi della nostra nuova estetica.
La vecchia estetica si nutriva di leggende, miti e storie, prodotti mediocri di collettività cieche e schiave.
L’estetica futurista si nutre dei più potenti e complessi prodotti del genio umano. La Macchina non è forse oggi il simbolo più esuberante della misteriosa forza creatrice umana? DALLA MACCHINA E NELLA MACCHINA SI SVOLGE TUTTO IL DRAMMA UMANO. Noi futuristi imponiamo alla Macchina si strapparsi alla sua funzione pratica, assurgere nella vita spirituale e disinteressata dell’arte, e diventare un’altissima e feconda ispiratrice.
L’artista che non vuol perire nell’impreciso o nel plagio, deve prestar fede soltanto alla propria vita e all’atmosfera in cui respira. Le belle macchine ci hanno circondati, si sono chinate su di noi amorevolmente, e noi selvaggi e istintivi scopritori d’ogni mistero, ci siamo lasciati prendere dal loro bizzaro e frenetico girotondo.
Invaghiti, possedemmo virilmente, voluttuosamente.
Oggi sappiamo rivelare al mondo le loro anime profondissime e i loro smisurati cuori in cui spiraleggiano le dinamiche architetture; le nuove architetture, che Sant’Elia e Virgilio Marchi hanno già stabilite.
Quando parlammo di bulloni, acciai, pignoni, ruote dentate, fummo fraintesi.
Precisiamo dunque il nostro pensiero: i manifesti e le opere del Futurismo, pubblicati esposti e commentati in tutto il mondo, hanno spinto molti artisti geniali, italiani, francesi, olandesi, belgi, tedeschi e russi verso l’Arte meccanica. Ma essi quasi sempre si fermarono all’esteriorità della macchina; perciò essi realizzarono soltanto: pitture puramente geometriche, aride ed esteriori (paragonabili a certi disegni d’ingegneria), le quali pur essendo ritmiche e costruttivamente equilibrate,mancano d’interiorità ed hanno più sapore scientifico che contenuto lirico; costruzioni plastiche eseguite con autentici elementi meccanici (viti, ingranaggi, cremagliere, acciai, ecc.) che non entrano nella creazione come materiale espressivo, ma che sono fine esclusivamente a sé stessi.
Perché questi artisti caddero spesso nel falso e nel superficiale e realizzarono delle opere interessanti ma inferiori alle macchine, poiché non ne avevano né la solidità, né l’organicità.

 

NOI FUTURISTI VOGLIAMO:

 

1° che della macchina si renda lo spirito e non la forma esteriore, creando composizioni che si valgano di qualsiasi mezzo espressivo ed anche di veri elementi meccanici;

 

2° che questi mezzi espressivi ed elementi meccanici siano coordinati da una legge lirica originale, e non da una legge scientifica appresa;

 

3° che per essenza della macchina s’intendano le sue forze, i suoi ritmi e le infinite analogie che la Macchina suggerisce;

 

4° che la Macchina così concepita diventi la sorgente ispiratrice per l’evoluzione e lo sviluppo delle arti plastiche. I diversi stili di questa nuova arte meccanica scaturiranno dalla Macchina come un elemento interferenziale tra la concezione spirituale dell’oggetto e l’ideale plastico che il pittore si propone.
La Macchina imprime oggi il ritmo della grande anima collettiva e dei vari individui creatori.
La Macchina scande il Canto del Genio. La Macchina è la nuove divinità che illumina, domina, distribuisce i suoi doni e punisce in questo nostro tempo futurista, cioè devoto alla grande Religione del Nuovo.

 

ENRICO PRAMPOLINI
IVO PANNAGGI
VINICIO PALADINI


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Chiara
Punk di formazione, da sempre si occupa di arte contemporanea e controculture.

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